Racconti e Storie

raccolta di racconti, storie e squarci di narrativa

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erché mamma non viene a tirarmi fuori da questo brutto posto? Cosa devo aspettare ancora?
Mica l’ho fatto apposta… non ho visto il buco e non è colpa mia se adesso nessuno mi sente, mentre grido e mi dispero in questo buio così uguale ad un corridoio dell’inferno.
Mamma, dove sei? Venitemi a prendere, sono quaggiù, prigioniero e ho solo tanta paura.
Ehi, voi… ma cosa state facendo? No! Non chiudete la porta… non lasciatemi qui… Qui da solo io ho paura!!!
Le urla disperate del piccolo Michelino sembrano sgretolarsi contro la roccia dura, sbriciolandosi nel vuoto per poi piombare giù, a peso morto, nel fondo di quel pozzo lasciato incautamente a far da trappola per un bambino che corre… sta guardando il cielo e vuole solo tornare presto a casa.
Perché non è ancora rientrato? Fuori c’è buio e un bambino di sei anni non deve restare a giocare tra le braccia lunghe della notte. È pericoloso. Che gli sia accaduto qualcosa?
Pensieri agitati e sconnessi, di una mamma che sente nell’aria che respira un odore strano, pesante, da brutte notizie che stanno per pioverle addosso come un fuoco ardente di lapilli e lava.
Chiude gli occhi la donna, fa buio intorno a sé e prova a tranquillizzarsi, scacciando via quel pensiero cattivo. Ma il fiato in gola la opprime. Da lontano lo sente. Sente la voce del suo Michelino… Gli è successo qualcosa!
Vengono allertati i carabinieri per iniziare le ricerche di soccorso e fare luce, con torce e fari, fra le lame scure di un’afosa sera di inizio giugno, per andare a caccia di un bambino, bello come il sole, che ama ridere e adesso, di sicuro, starà piangendo perché sa che la mamma è preoccupata del suo ritardo e quando lo ritroverà, sarà per sgridarlo e metterlo in castigo, finendo a letto senza cena.
Solo tre ore dopo alla caduta nell’inferno, un carabiniere si rende conto che un sottile ululare cerca di farsi spazio tra le lamiere lasciate sul terreno per chiudere un pozzo artesiano. Si concentra su quel sibilo lontano, su quella voce da bambino che proviene da distante, quasi fosse dietro un vetro o una porta chiusa, o laggiù… in una lontanissima profondità.È qui – grida emozionato il militare, mentre cerca di fare spazio ai suoi occhi nell’oscurità per comprendere quando sia giù Michele.
Non vede nulla, però. Troppo buio e troppa distanza da colmare solo con gli occhi e la paura di una tragedia che gli rende pesate il respiro, come un grosso macigno messo sopra al suo cuore.
La madre del bambino, appena raggiunge la bocca dell’inferno, chiama suo figlio. Vuole una conferma che sia lui. Che sia finito lì dentro, ma che ancora respiri e vuole solo essere tirato fuori da quella prigione, stretta e solitaria.
«Michelino, sei lì?» e per quella domanda, la donna, non avrebbe mai voluto ricevere una risposta. Ma dalle viscere della terra arrivò poco più di un soffio di fiato ed un’agghiacciante verità: suo figlio era proprio là sotto. Bisognava tirarlo fuori il più in fretta possibile. Il suo angelo era intrappolato in un buco maledetto, coperto come una trappola per animali da un bandone di lamiera. Ma come c’era finito lì sotto? Chi era l’assassino che aveva lasciato aperta quella botola? Come era stato possibile?
Chi lo aveva spinto e poi bloccata l’unica via di fuga coprendola di nuovo?
Malvagi presagi, resi appuntiti come pezzi di vetro sparsi sul cuore, agitarono di tensione la donna per non sapere come aiutare suo figlio. Era lì a disperarsi e chiedere aiuto chiunque si avvicinasse a quella bocca buia per tirare fuori suo figlio da quel dannato fosso.
Quando arrivarono sul posto i Vigili del Fuoco, la scena che si presentò davanti ai loro occhi bastò a far comprendere subito cosa erano chiamati a fare quella notte. Nessun incendio, nessun fuoco da domare, ma un buco stretto 28 centimetri e profondo 80 metri, da cui far uscire fuori vivo un bambino di sei anni, caduto giù mente tornava a casa.
Provarono dapprima a determinare a quanta profondità fosse bloccato il corpicino di Michelino e poi tentarono di calare una tavola di legno, che permettesse al bambino, bloccato a 36 metri più sotto, di aggrapparsi per essere riportato su, come un gancio che tira fuori dai guai.
Ma quella buca era strettissima e viscida di fango. La tavola si inceppò in una sporgenza di roccia e ostruì ogni possibilità di recupero o ulteriore discesa nel caliginoso oblio del cunicolo.
Non era più possibile far scendere la tavola di soccorso, neanche il buco fosse come un grande mare in cui era naufragato Michelino che bisognava si aggrappasse per galleggiare e ritornare in superficie.
Mentre la madre e il padre continuavano a parlargli, il bambino iniziò a immaginare che il luogo dov’era non poteva essere una punizione, per colpa della sua voglia di correre senza guardare dove mettesse i piedi, ma un accesso segreto ad un mondo di favole, incantato come quello di Alice, e nell’attesa che arrivasse il bianconiglio per portarlo fuori da lì, con quel pensiero provò a farsi coraggio, quando diventa difficile immaginare che possa ancora averne a disposizione un ragazzino di sei anni appena, intrappolato in un buco da tante ore, con la paura che ti fa perdere le forze e la voglia di gridare.
Vieni a salvarmi mammina. Apri questa porta e fammi uscire. Non voglio più stare qui dentro.
Io non ho fatto niente… stavo solo correndo ma… non lo faccio più!
E mentre si ascoltava la sua voce sempre più rantolosa in quel buco pieno d’eco, Michelino chiuse gli occhi perché era stanco di guardare in su che arrivasse qualcuno a liberarlo. Lui aveva solo tanta paura e nostalgia di casa.
Il nonno gli aveva sempre detto che quando si ha paura non bisogna piangere ma farsi coraggio, pensando a qualcosa di bello. E lui seguì quel consiglio, ricordandosi del mare, delle sue passeggiate nei campi di grano e di quanto fosse bello ritornare a casa e trovare le braccia della mamma a stringerlo forte.
«MAMMA!!!» e questa volta Michelino urlò con tutte le sue forze, al punto che quella disperazione arrivò intatta fino alla bocca del pozzo, dove due occhi pieni di lacrime ed un cuore di mamma a pressarle contro il petto per la paura, stavano cercando di incoraggiare suo figlio, che qualcuno sarebbe andato a prenderlo per riportarlo da lei.
«Michelino, aspetta ancora un po’. Stiamo arrivando. Ti veniamo a salvare», e in quella illusione la donna ci infilò dentro ogni sua minima speranza, affidando a Dio la certezza che avrebbe riabbracciato suo figlio quella notte stessa.
In quel concitato affollamento di persone che si assembrarono nella zona della tragica fatalità, ci furono dei volontari speleologi che provarono a calarsi giù, ma quella tavoletta non si muoveva da lì e l’unica possibilità di recupero del bambino era rappresentata dallo scavare un pozzo parallelo da cui calarsi per riportare in salvo il bambino.
Era già mattina, quella del giorno dopo, quando una trivella iniziò a perforare la terra per arrivare fino giù da Michelino. Ma non fu facile come ogni speranza si illudeva che fosse: la terra era argillosa all’inizio, ma poi diventava compatta, robusta, uno stato spesso di roccia durissima, che obbligarono al braccio di ferro di avanzare sempre più lentamente, mentre in profondità un bambino moriva di paura e all’esterno del foro una madre ed un padre erano disperati e pregavano Dio che non si portasse via il loro figlio, che non aveva nessuna colpa, se non quella di avere sei anni, voler correre in un campo e non vedere quella maledetta fessura infernale, lasciata aperta come le fauci di un leone affamato.
Bisognava solo fare in fretta, e su questa unica certezza si aggrapparono i genitori, la folla di curiosi accorsa sul posto e quanti si lasciarono intenerire dalla pena e la commozione, attraverso la televisione da ogni parte d’Italia, nel seguire le sorti di un bambino finito dentro a un pozzo, ritrovandosi ad essere spettatori malinconici di una tragedia che pretendeva un lieto fine.
La trivella faceva il suo dovere, ma quella roccia era più dura del ferro e quanto più veniva attaccata, tanto più si dimostrava dispettosa a farsi sventrare. Quelle continue sollecitazioni, le spinte della terra e chissà quale altra sventura fecero scivolare il corpo esausto di Michelino ancora più giù. La terra si inghiottì il suo esile corpicino, scaraventandolo altri 30 metri più sotto.
Aiuto… Nooo! Smettetela di far muovere tutto qui dentro, sto scivolando. Io non voglio andare ancora più giù. Io devo salire lassù da mamma. Devo tornare da lei e il mio papà che mi stanno aspettando, e se non ritorno si arrabbiano con me. Vi prego! Fatemi uscire da qui!
Intanto le ore continuavano a scorrere lente e inesorabili. In superficie la speranza assumeva sempre più i contorni di un evento soprannaturale, a cui Dio non poteva sottrarsi quella mattina, perché non era giusto che un suo piccolo angelo fosse prigioniero dell’inferno, mentre sempre più persone provavano a incoraggiare, offrire un supporto ed un aiuto morale, che sembrava non poter bastare mai. Venne messa in azione anche una seconda trivella, affinché si velocizzassero i tempi… ma il tempo sottoterra sembrava avere un ritmo tutto suo, molto diverso, più lento e inesorabilmente minaccioso in superficie.
L’attesa era sfibrante. Quella asperità della roccia era dura da vincere, e di Michelino si iniziavano a sentire sempre meno segnali di vita. Fu calata una sonda per far arrivare dell’acqua ed un po’ di zucchero. Una vocina, che sembrò provenire dall’aldilà, ringraziò qualcuno, ma era solo un affanno tormentoso di chi si sentiva sempre più lontano dalla vita, nonostante ne avesse vissuta così poca, ed immaginata sempre e solo con gli occhi da bambino, che crede solo ai giochi, fatti di una corsa a perdifiato, stando però attento a dove metti i piedi, perché se sbagli e cadi rischi di farti male o di pagare un pegno troppo grande.
Aiuto! Perché non fate in fretta? Mamma… vieni a salvarmi, ti prego. Apri questa porta e fammi uscire da qui. Non voglio stare più in castigo. Io non ho fatto niente. Non è colpa mia se volevo correre per venirti ad abbracciare. Non sono stato bravo a saltare, ma ora basta, voglio uscire, sono da troppo tempo qui. Ho paura!!!
Ormai quella funesta sventura era piombata nelle case di tutti gli italiani, che seguivano con apprensione e dolore la brutta storia in diretta: tutti desideravano che non finisse in maniera drammatica, perché erano certi che Michelino tornasse su e si potesse gridare al miracolo, in un anno dove tante altre disgrazie stavano inquietando il paese tra scandali e rapimenti sovversivi.
Tutti seppero di Michelino, finanche il Presidente della Repubblica, accorso per sostegno e solidarietà ad una mamma disperata, che iniziava a perdere il coraggio verso un atto di umanità necessario da parte di tutti quelli che le stavano intorno, ed erano davvero tanti, forse anche troppi, per tentare di salvare suo figlio, finito in un buco lasciato lì, come un ordigno inesploso.
Una mina vagante che non era giusto facesse del male solo al suo piccolino, da 19 ore rinchiuso sottoterra, sepolto vivo tra fango e roccia.
Mi porti al mare, mamma? Voglio andare sulla spiaggia per correre felice insieme a te e papà, e poi tutti insieme ce ne stiamo al sole, dopo aver fatto il bagno, perché io voglio la luce. Sono stanco di questo buio. Ora dormo un po’… forse così arrivi prima, mamma.
Quando la trivella raggiunse la quota di profondità dei 34 metri fu possibile stabilire il congiungimento con il pozzo artesiano in cui era imprigionato Michele. Ma il troppo fango, quelle maledette vibrazioni e chissà quale arcana forza a tirargli i piedi da sotto, fecero cadere il bambino molto più giù… tanto più sotto, troppo più vicino all’inferno!
In superficie si alternarono dei volontari, tutti mingherlini, dal fisico ristretto da starci bene in un condotto tanto piccolo, e scesero giù per andare a salvare Michelino. Il primo si lasciò calare a testa in giù, fino a 60 metri di profondità per raggiunse il bambino, che provò a saldare a sé con una imbracatura di corde. Ci provò, ripetutamente, facendosi spazio in quell’angusto spazio con le mani sporche di fango e sangue, ma per tre volte il corpicino viscido di fango sfilò dall’imbracatura, cedendo ancora di più verso il basso e intrappolandosi sempre più nel fango e la roccia dura.
Ad ogni fallimento, la voce di Michelino era sempre più labile. Un sottile rantolio affannoso, di chi è allo stremo delle forze: delle sue piccole forze.
Dopo il primo tentativo e quei 45 minuti all’inferno senza successo, fu la volta di un secondo volontario, che si armò con delle fettucce da camice psichiatrico con la speranza di riuscire ad afferrare il corpo del bambino e tirarlo su, saldando la presa dei lacci alle braccia con un effetto da cappio. Ma le piccole mani del bambino erano sottili, viscide e scivolose. Non si lasciarono bloccare.
Ci restò davvero tanto giù quell’ultimo volontario, ma l’impresa era disperata, assolutamente impossibile da realizzare in quelle condizioni.
Stava per arrendersi, e con lui un’intera nazione, rimasta inchiodata per 60 ore davanti al televisore per vedere tirar fuori da quella infernale fossa diabolica il piccolo Michelino.
Quando risalì in superficie l’uomo impattò il suo sguardo stremato con gli occhi della mamma del bambino; si sentì mancare l’aria nei polmoni. Il suo tentativo era fallito, ma la cosa più brutta da dover sopportare era l’idea che Michelino in quell’inferno ci fosse finito per sempre.
Lo aveva chiamato quando era giù, a pochi passi da lui, ma il bambino non aveva risposto, o forse non ne aveva più la forza o stava solo dormendo e non lo sentiva a quell’uomo, che nell’ultimo tentativo disperato si sentì stringere il cuore e attraversare l’anima da un buio molto più nero di quello del cunicolo nel quale si era intrufolato, che mai più avrebbe dimenticato, trasformandosi nel suo incubo più cattivo da combattere ogni notte prima di dormire.
Michelino, non l’aveva sentito davvero quell’uomo. Non poteva farlo. Si era addormentato nell’attesa che arrivasse la mamma, il papà o qualcuno dal paese delle meraviglie per svegliarlo e portarselo via con sé a giocare e dimenticare in fretta quel brutto posto cattivo.

Mamma… papà… sono stanco. Mi fa male la schiena e le mani non le sento più. Ora mi addormento un altro po’, ma non voglio farlo come di notte quando mi chiedete di fare le preghierine al Signore, perché io devo stare ancora per poco quaggiù. Vero?
Venite a svegliarmi presto, tanto lo so che è solo un brutto sogno che sto facendo.
Svegliami mamma…
Io ti aspetto qui…
Me ne starò buono e bravo e… ti prometto che non lo faccio mai più!



(in memoria di Alfredino Rampi)


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Ad Alessandro erano rimaste impresse come un marchio di fuoco sulla pelle le parole d’incoraggiamento urlate dall’uomo che, durante la notte, si era impadronito del suo sogno, proiettandogli un finale diverso da quanto il libro gli avesse fatto studiare.
Era solo un sogno il suo, ma tanto reale da ricordarselo perfettamente al risveglio, oltre che riemergere continuamente durante le ore di scuola attraverso quell’insistente voce, che spuntava dal nulla e si ostinava a ripetere: “Ce la faremo, vedrete. Seguitemi e andrà tutto bene!”
Tutto aveva avuto inizio con l’approfondimento scelto dall’insegnante di storia su un tema interessante, che riguardava molto da vicino la loro regione: le tragedie che hanno segnato il novecento. Sarebbe bastata poca ricerca per imbattersi in quelle a sfondo bellico, dove c’era tanto Friuli Venezia Giulia nell’eccidio perpetrato agli oltre sei milioni di ebrei nel mondo, ma in tanti si lasciarono incuriosire da quella “tragedia minore”, come la definì il professor Dalmazzi, relativa alle Foibe che coinvolse diecimila uomini, colpevoli di un torto incancellabile: essere, o anche solo sentirsi, italiani.
Alessandro si era lasciato intristire da alcune testimonianze lette in classe, raccolte dai sopravvissute alle foibe triestine, che lo inquietarono al punto da chiedere al padre di portarlo alla domenica a Basovizzo, tra gli inghiottitoi di anime innocenti, per destinare alla loro memoria una preghiera, per quanto fosse stato ingiusto condannarli solo perché italiani, in un terra non più ospitale, che li riteneva stranieri indesiderati da respingere, allontanare e buttare in fondo a un fosso.
Il ritorno a casa da quel viaggio tra storia, strazio e un’infinità di nomi e foto sbiadite, fu silenzioso per Alessandro, ma qualcosa dentro di lui prendeva sempre più forma e spazio: il tormento angoscioso per quell’eccidio violento e immorale, che a notte si trasformò in una fantasia della mente, che si accese in un sogno nel quale trovò spazio un uomo, a lui sconosciuto, alto come un gigante, che chiedeva di non fermarsi e continuare ad avanzare con tutte le forze possibili ancora a disposizione, perché poco più avanti sarebbe giunta la fine di quel lunghissimo esodo, iniziato dalla loro antica terra di Pola, diventata d’un tratto non più cordiale con loro.
«Riusciamo a stare un po’ concentrati, per favore?», lo riprese l’insegnante di inglese, intollerante all’idea di continuare a passare di fianco al primo banco e trovarci Alessandro Balzetti a fissare l’infinito oltre la finestra, prigioniero di chissà quale ricordo che gli aveva magnetizzato i pensieri.
«Mi scusi, prof», provò a ricomporsi l’alunno, mentre sentiva ancora perforargli i timpani l’eco di quella incessante voce che adesso ripeteva ininterrottamente: “Non fermatevi… Seguitemi, vi prego!”.
La mente, si sa, quanto più si prova a governarla, tanto più si ostina a giocarti contro per diventare nemica spietata con i suoi accanimenti, con i quali provare goduria a torturarti con un pensiero fisso, come goccia insistente che perfora la roccia, che in Alessandro si concentrò a rielaborare, ancora una volta, l’onirica immaginazione notturna, che non smetteva di inquietargli i pensieri quella mattina.
«Ce la faremo. Io vi dico che da queste ingorde bocche insaziabili di morte ne usciremo vivi, vedrete. Ma dovete avere fiducia in me», ripeteva a voce bassa il capofila del suo minuto reggimento di disperati profughi, uniti dallo stesso destino ed un filo spinato, che legava mani e polsi a tutti. Ci sarebbe voluto ancora poco di cammino a piedi scalzi, tra sassi, erba alta e spine, e quello spietato esodo sarebbe terminato con un salto nel buio, fatto fare a uno dietro l’altro, con un masso al collo per farli scivolare più velocemente giù nel baratro di una foibe senza fondo.
«Dio ci assiste. È vicino a noi, e questa mattina non moriremo», continuava ad incitare il primo della fila. «Ma non dobbiamo mollare… La storia ci guarda!» insisté ancora una volta, prima che il calcio di un fucile, con un colpo violentissimo dietro la nuca lo zittisse, lasciando che la sua voce si lasciasse imprigionare da un dolore fortissimo che gli afferrò il fiato in gola, quasi da soffocarlo.
Arrivati davanti ad una grande fossa nel terreno, buia e spettrale da assomigliare alla porta degli inferi, un militare di Tito ordinò al plotone dei prigionieri di fermarsi. Erano al capolinea di un viaggio che durava da più di due ore; più di uno sospirò, sollevato all’idea che stava per terminare quell’inutile supplizio dal finale scontato e inevitabile.
Due donne anziane, poi un bambino adolescente, e subito dopo due soldati senza gradi, e infine lui, il capofila, che adesso non incitava più nessuno, ma restava a guardarsi la lunga coda di persone dietro di lui, tutte legate da un filo ad un unico destino.
Ognuno dei componenti di quella lunga striscia di catturati, raccolto nelle proprie paure, restava silenzioso ad aspettare che accadesse qualcosa, di cui nessuno ne era a conoscenza, ma che era di certo dall’esito cattivo per tutti.
Poi, ad un tratto, si udirono poche parole pronunciate da un soldato ad voce alta e un tono rabbioso, così da dare a quell’ordine ancora più severità. Davanti alla cavità carsica i sei prigionieri dovevano compiere un ultimo gesto prima di sapersi liberati per sempre. Un’ultima azione; la più spietata, però: buttarsi giù, uno dietro l’altro, perché indesiderati stranieri traditori, fascisti, dissidenti e, soprattutto, italiani!
Nessuno sarebbe potuto uscire dalla fila di quel gioco sadico e crudele: legati tra loro, sarebbero dovuti saltare giù nel buio e finire… tutti giù per terra!
Il mitra di un soldato, pronto a sparare la sua raffica di incoraggiamento, non fu necessario da chiamare in causa, perché il primo si lanciò verso la voragine, e nel precipitare si portò tutti quanti dietro sé.
Forse un gioco di prestigio, il fato, o solo perché non era stato unito bene il filo di ferro che teneva bloccati i polsi a tutti, che si spezzò, permettendo al capofila, il gigante buono, di Tutti giù per terra afferrare saldamente un masso e sostenersi con tutte le proprie forze a quell’insenatura di roccia per mantenersi sospeso tra vuoto e buio, con aggrappato a sé tutto il resto del gruppo, appeso alle sue caviglie con quello stesso filo che un attimo prima sapeva di morte e adesso era l’unico appiglio con cui aggrapparsi alla vita. Uno alla volta, l’uomo alto e forte più di un ciclope, se li tirò a sé, liberandoli dal vuoto che li teneva sospesi nel nulla.
«Coraggio. Vi tengo io. -diceva a tutti- Ce la faremo a guardare ancora il sole», e ad ogni nuovo incitamento un sorriso, sempre più acceso, scioglieva il ghiaccio anche sui cuori degli altri, che iniziavano sempre più a credere in quel miracolo.
Lo strazio fisico sostenuto durante il lunghissimo esodo, e i persistenti soprusi fisici subiti nel tragitto da prigionieri fino a Trieste, avevano sfinito i sei superstiti, che rimasero tutta la notte nella cavità, protetti dal buio, ma non dalle grida che ascoltarono qualche ora dopo, lanciate da altri meno fortunati di loro, che stavano volando giù all’inferno, senza nessun angelo a prenderseli al volo con un abbraccio.
Al mattino successivo, appena la bocca della caverna si lasciò illuminare dalla luce del giorno, iniziarono la risalita, costeggiando lentamente la roccia.
“Ancora un po’ di sacrificio e vedremo l’azzurro del cielo” continuava a ripetere il capobranco, mentre saliva verso l’alto, facendo strada ai suoi amici di sventura, tenuti legati l’uno all’altro dalle loro stesse mani, unite in catena come in un gioco da bambini.
Solo quando i raggi caldi del sole illuminarono le facce a tutti gli evasi dal buio, l’eroe dell’impresa accorgendosi di Alessandro, spettatore silenzioso di tutta l’odissea vissuta, lo salutò con la mano e poi si avvicinò per parlargli a voce bassa, appena sussurrata per non farsi ascoltare da nessuno: «Ciao. Hai visto? Ce l’abbiamo fatta a salvarci. Siamo felici di essere sopravvissuti alla morte, ma questo miracolo all’inferno non deve restare un sogno o un prodigio, ma servire a riflettere e comprendere che la guerra non è un gioco ed è molto meglio restare in pace e in amore con tutti, perché è inaudito il criminale odio che scatena negli uomini la guerra!»
E fu in quel punto preciso del sogno che Alessandro si svegliò, agitato da quella visione tanto reale prodotta dalla sua mente, arricchita da un monito finale depositato in consegna come una missione da diffondere, da parte di quell’eroico uomo, mentre tornava a prendersi cura dei suoi amici di sventura.
Era stato solo un sogno il suo, così realistico da continuare ad essere rimuginato per tutta la mattina successiva a scuola da Alessandro, ma anche motivo di profonda amarezza e delusione perché immaginario e totalmente diverso dalla realtà di quei fatti accaduti realmente cinquant’anni anni prima, dove uomini e donne identici a quelli del sogno, non potendo contare su nessun miracolo o la forza di un gigante buono, affrontarono un salto nel buio da cui non fecero mai più ritorno.
Fu tanto intensa quell’esperienza notturna per il ragazzo da diventare, qualche settimana dopo, la trama del tema narrativo sviluppato per un compito di classe che gli valse la pubblicazione sul giornalino dell’Istituto, per quanto fosse risultato intenso.
A fine scuola, desideroso di liberarsi dalla voce nella testa che proseguiva a ripetere ed assillarlo con una monotona cantilena insopportabile: “Ecco il sole… Va tutto bene”,
Alessandro s’incamminò verso casa a passi veloci e testa bassa, come mortificato da quella storia che sapeva non esistere, completamente diversa dalla realtà dei fatti che vide invece tanta povera gente lanciata nel vuoto ad incontrare la morte.
Ad un tratto, una frase urlata dall’altra parte della strada bloccò i passi ad Alessandro, obbligandolo a voltarsi di scatto sulla sua destra: in un parco pubblico, sei bambine unite per la mano, giravano ripetutamente in tondo ad un cerchio immaginario, fino a quando si fermarono ed una di loro urlò l’ultima parte della filastrocca di quell’infantile gioco che le teneva legate: “casca il mondo, casca anche la terra… TUTTI GIU’ PER TERRA!”


(racconto vincitore assoluto Premio Villotte 2019)


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Il mio nome è Cent!… Avete capito bene, proprio quel Cent lì: la minuscola moneta di color rame, messa sempre in disparte, obbligata a star sola perché inopportuna per ogni occasione e acquisto…
Mi hanno fatto così: piccolo e sgradevole ma, credetemi, anche io ho un’anima.
Ora vi racconto la mia di storia. Quella di un centesimo, piccolo e insignificante, sperso per il mondo,
che ha già fatto tanti voli, e che si è sentito “prezioso” più di qualche volta. Una pioggia di gocce dorate scivolò giù dalla finestra al decimo piano del palazzo in Via Salvi, per andarsi a sparpagliare, disordinatamente, sul marciapiede a ridosso del semaforo. Fu in quel preciso istante che su quella semina di cerchietti bronzati ci passò sopra la signora Belli e il suo amato barboncino, tirato a lucido come un piccolo Lord.
Flick appoggiò la zampetta su una monetina e scivolò, slittando in avanti e strattonando con uno strappo il guinzaglio dalla mano della signora Belli, che esausta dalla stanchezza accumulata in una mattinata impegnata a correre da un ufficio all’altro, non poté fare altro che assistere incredula e preoccupata alla caduta del suo amato compagno a quattro zampe.
Povero Flick, disteso a terra da sembrare svenuto e con un sottile lamento a far da sottofondo al suo respiro impaurito. Il barboncino fu raccolto in braccio dalla padrona e, prima ancora di sincerarsi sulle sue condizioni, con la mano sinistra la sua padrona prese la piccola monetina su cui era scivolato, come se fosse un cimelio da portarsi dietro o la prova di quell’infortunio, e la ripose in tasca. Poi chiamò un taxi e si diresse dal veterinario.
Quando il medico mandò il cane e la sua padrona a casa era sera. La signora Belli, spossata dal pomeriggio trascorso in un ambulatorio veterinario, dopo aver riposto l’affranto Flick nella sua cesta notturna, toltesi le scarpe, svuotò le tasche del giaccone dalle chiavi, una confezione di fazzolettini di carta e alcune monete, e si andò a distendere sul divano.
Chiuse gli occhi e sospirò pesantemente: era sfinita!
Io, finalmente, dopo tante ore al buio ero fuori da quell’inospitale tasca del giaccone. Sistemato in un posacenere, con intorno me pezzi pregiati di monete ed appoggiato su un bel biglietto da venti euro. Mi sentivo spossato anch’io dopo quel volo di dieci piani fatto in mattinata e provai a sfogarmi da solo, ma ad alta voce: «Speriamo finisca presto questa giornata iniziata con un lancio nel vuoto e finita anche peggio, in questo dormitorio sconsolato. Ma a cosa servirò, così piccolo e incompreso, se nessuno si accorge mai di me, se non per buttarmi o farmi finire dimenticato in un cassetto? Fossi anch’io un bel biglietto azzurro come questo su cui sono seduto, allora sì che sarebbe vita la mia e nessuno si permetterebbe di lanciarmi o maledirmi perché servo a molto poco… anzi a un bel niente!»
La banconota da 20 euro ebbe uno scatto di stizza: «Dovresti ringraziare la mano chi ti permette di cadere o farti volare. Io, invece, mai che possa provare l’ebbrezza di liberarmi in volo. Tutti mi tengono sempre stretta a loro. Cambio mani e padroni, ma son trattata come un amuleto. Ora son qui, ma la mia posizione è momentanea e transitoria. Domani servirò a pagare la spesa o qualche bolletta e via in un altro luogo, tra altre mani, con altri padroni. Tu, invece, puoi riposarti beatamente, che nessuno ti reclama mai.»
In effetti, quella consapevolezza era sì una verità poco piacevole da subire per la banconota, ma di contro, mi convinse che io ero davvero qualcosa d’insignificante se preferivano abbandonarmi, piuttosto che passarmi di mano in mano. Se solo mi avessero dato un po’ più di consistenza e valore, forse, anche tra i miei colleghi ci sarebbe stato più riguardo alla vista mia.
E invece, no. Io sono il primo, ma anche l’ultimo della lista. Il più piccolo ed inutile, ahimè!
C’è chi mi mette in tasca e si dimentica di me, o mi parcheggia in luoghi solitari e impopolari come un vassoio o un posacenere. Se non cado, m’infilano da qualche parte o mi mortificano di continuo, quando nel tirarmi fuori, dopo una rapida occhiata, vergognandosi mi ricacciano nel buio, perché con me non si compra niente.
Per tre settimane sono rimasto ad ammuffire in un taschino di un giubbotto all’attaccapanni, poi qualcuno gli ha rivoltato le tasche per lavarlo e mi ha ripudiato in un bicchiere della credenza. Non so quale miracolo, o pulizie, mi ha svegliato dall’ibernazione e spostato in un portamonete. Da lì, è stato un continuo andare avanti e indietro, collezionando visi infelici a sapersi miei possessori. Poi, come un dono inaspettato, son finito sul banco di un barista, insieme ad altre mie sorelle maggiori. Contate e insaccate in una busta trasparente, un ragazzo ci ha portato al decimo piano di una banca perché fossimo sostituite da biglietti di taglia più grande. Ma per colpa del sacchetto troppo fragile, quando il ragazzo ci ha appoggiato sulla scrivania c’è stato lo scoppio: il sacchetto si è aperto e tutti noi siamo cascati ovunque.
Chi per terra, chi sotto i mobili e chi, come me, rotolando senza freni, finito fuori dal balcone è volato giù, trovando la fine della corsa su un marciapiede trafficato da uomini e animali, e tra tanti piedi, capitare sotto quelli di un barboncino, che passandomi sopra con la zampa viscida è scivolato e poi… eccomi finito qui!
Stanco e demoralizzato da una vita insipida e vissuta da ultimo della lista, mi addormentai tra le braccia di una speranza a sapermi, prima o poi, più utile a qualcuno.
La mattina dopo, la prima a lasciare il rifugio notturno fu la banconota da 20 euro, afferrata velocemente dal padrone di casa in cui eravamo ospiti obbligati. Poco più tardi, la signora Belli, pronta ad una nuova giornata per la città, uscì di casa racimolando tutte le monete che erano nel vassoio all’ingresso. In quella pesca a strascico c’ero pure io. Questa volta, però, non ero solo. Con me c’era la compagnia di molte altre monete, tutte più prestigiose della mia misera stazza: accalcate in uno spazio angusto e senza luce facevano a spintoni 1 euro, tre 50 cent e 2 euro, che con il loro peso e la loro importanza mi spiaccicarono sempre in basso, giù in fondo.
Ma ero felice: meglio quel peso addosso che rimanere ad arrugginire in un posacenere per sempre. «Ehi, sapete dove si va stamattina?», provai ad informarmi per rompere il silenzio tra gli altolocati inquilini di quella tasca che, a modo proprio, ognuno era convinto d’essere più prezioso dell’altro.
A rispondermi per primo fu una moneta da 50 centesimi: «Di sicuro non è un problema mio. Io sarò la prima ad uscire. Sono un jolly che va bene per tutto.»
«Be’, se è per questo anche io sono uno dei prescelti negli acquisti», replicò con fierezza la moneta da 1 euro. «Non c’è cosa che non si può comprare con me. Divento fondamentale quando c’è da raggiungere un prezzo.
Con un lungo sospiro di rassegnazione, si unì a quella conferenza economica anche la moneta da 2 euro: «Per me già è più difficile di voi, care sorelle. Sono quella che viene lasciata con meno leggerezza. Se tocca a me, significa che l’acquisto è importante e va ponderato con giudizio, visto i tempi che corrono lì fuori.»
Ero così mortificato dall’importanza delle altre monete che m’infilai ancora più sotto nel buio della tasca. Speravo quasi che non si accorgessero di me e del mio inutile valore. Poi, però, qualcosa dentro mi obbligò a reagire per farmi considerare un po’ di più da loro, fosse anche compassionandomi, per accaparrarmi un po’ di pietà da quelle eroine monetarie.
«Beate voi che conoscete la fine che farete. Io, invece, vorrei capire cosa ci faccio qui con voi e a chi servirò mai. Cosa ci si compra con un misero centesimo? Eppure sono nato sotto i migliori auspici: coniato dall’acciaio, rivestito di rame, perfetto nella mia rotondità e il Castello del Monte di Andria ad abbellirmi su un lato. Tutto perfetto. Ho bei numeri anche io: un bel diametro da 16,25 millimetri e un peso alla nascita di 2,3 grammi. Inizio promettente quello mio, non c’è che dire, ma poi? Tutte le aspettative dove vanno a finire? Nasco per essere un impiccio o dividermi la solitudine con qualche mio pari valore. Con me non si va da nessuna parte. Perché mi hanno inventato? Che ruolo ha la mia presenza in mezzo a voi?»
«Tu non sai cosa dici», mi riprese severa la moneta da 2 euro. «Hai la fortuna di non essere mai presa seriamente in considerazione come noi. Rimarrai per qualche tempo isolata e dimenticata, è vero, ma poi girerai come una trottola: ora tra le mani di un bambino, poi del lattaio o del salumiere, poi di un barbone e di un banchiere o sarai il resto alle casse di un supermercato. Sarai quella minima parte che serve, comunque e sempre, a far quadrare i conti.»
«Io che faccio quadrare i conti? Non ci credo» reagii con sdegno a quella menzogna.
«E invece devi crederci. La tua vita è meno frenetica della nostra, ma non per questo non interessante. Noi abbiamo un gran da fare; non restiamo ferme mai. Sempre a correre da una parte all’altra, da una mano all’altra. Ora siamo in una salumeria o dal giornalaio e subito dopo in stazione, col tassista o chissà dove… Un’esistenza fatta di corse, senza mai potersi ribellare. Tu, invece, hai tempo di conoscere e apprezzare chi ti porta. Di capire come spende e cosa mangia. Alla fine conosci chi ti possiede, perché ci resti tanto con lui, per dimenticanza o perché non è facile lasciarti ovunque come a noi. A noi che non possiamo mai provare affetto per il nostro padrone. Tu, invece, sì…» e mentre continuava a parlare, la moneta da 1 euro fu afferrata, tirata fuori della tasca e lasciata sul banco di un bar, di fianco allo scontrino del caffè.
Di lì a poco anche le altre compagne di giornata furono prese una ad una: chi si fermò all’edicola, chi dal panettiere e chi dal tabaccaio. Rimasi ancora una volta solo con me stesso. La signora Belli rincasò che era buio in cielo. Dopo la mattinata per negozi, il pranzo con un’amica e una sosta nella Chiesa del Redentore, dove fui preso anch’io della tasca, ma per pochissimo: non bastavo neppure ad accendere una candela!
Chiusa la porta di casa, la signora appese il cappotto all’attaccapanni e mi lasciò al caldo a riposare. Stavo quasi per appisolarmi quando una mano frugò nella tasca per raccogliermi e tirarmi fuori. Era il signor Mario, marito della Belli, intento ad aggiustare un vecchio orologio a pendolo e alla ricerca di qualcosa di piccolo e snello per avvitare. Mi aveva svegliato per affidarmi un compito importante: sostituire un cacciavite a punta fine, che non riusciva a trovare tra i suoi attrezzi da lavoro.
Fu una bella prova quella a cui fui sottoposto, ma alla fine vincemmo noi: la vite fu ancorata alla filettatura e l’orologio tornò a scandire il tempo. Era tardissimo, e me n’accorsi dalla fretta con la quale il signor Mario animava le mani per sistemare la tavola e liberarla da alcuni arnesi utilizzati per la riparazione. Tutto in ordine e l’orologio a pendolo nuovamente a scandire il suo ticchettio al centro della parete in cucina. Tutto perfetto tranne un dettaglio: si dimenticò di me, abbandonandomi sul tavolo, di fianco ad un bicchiere!
La notte la passai lì. Mi addormentai al ritmo regolare del ticchettio dell’orologio a pendolo che, anche grazie al mio contributo, era stato rimesso in funzione dopo tanto tempo.
La frase esatta pronunciata dalla signora Belli il mattino successivo, mal disposta a sopportare il disordine lasciato sul tavolo dal marito, non la ricordo, ma il senso sì. Era da rimprovero a quel suo abitudinario vizio nell’essere caotico e disordinato. Una tovaglia imbrattata da piccolissimi detriti di legno, un bicchiere sporco di vino ed un centesimo. Si era appena svegliata e non era nel momento migliore della sua giornata; il gesto di raccogliere la tovaglia e scuoterla dalla finestra fu inevitabile, quanto naturale…
Che volo che feci!
Il tempo di accorgermi di essere in caduta libera, che mi ritrovai a sbattere contro la grata di un tombino. Nel contraccolpo rimbalzai e finii in una pozzanghera ai bordi del marciapiede.
Un altro volo… E un’altra volta finito in mezzo ad una strada.
Nell’attesa che il semaforo permettesse a una mamma e il suo bambino di attraversare la strada, fui notato e raccolto. Felice di aver cacciato il suo tesoro di giornata, il piccolo bambino mostrò alla mamma il trofeo e le sorrise soddisfatto. Finii nella sua tasca e poche ore dopo fui riposto nel salvadanaio del piccolo Stefano, insieme a moltissimi altri centesimi come me.
La prima reazione fu quella di emozionarmi, perché per la prima volta mi ritrovavo insieme a tanti altri miei simili: tutti uguali in un unico posto, senza più distinzione di peso e valore.
Ci rimasi molti mesi dentro quel luogo frequentato solo dal silenzio. Le monetine che mi erano accanto, sopra e sotto di me, restavano ostinatamente mute. Nessuna di loro parlava. Soddisfatte, da sembrare orgogliose del destino interpretato, si rifugiavano nel loro stesso silenzio e si beavano di una serenità che non comprendevo. Tante altre monete, tutte uguali a me, furono lanciate dalla piccola fessura in alto che, giorno dopo giorno, si avvicinava sempre di più. Stavamo diventando tante. Ma dove bisognava arrivare? Qual era il finale da scrivere alla mia storia questa volta? Perché eravamo chiusi tutti in quel piccolo posto e per quanto ancora?
Una mattina che mi sentivo particolarmente stanco di quel silenzio, mi rivolsi a tutte le monete, apostrofandole con severità: «Ma insomma! Si può sapere cosa ci facciamo qui? Perché mai nessuno dice niente o si ribella? Bisogna subire questa sorte senza poter fare nulla? Perché i centesimi non riescono mai ad avere uno scopo degno durante la loro misera esistenza?»
«Ma la smetti di piangere sempre? E da quando sei entrato che continui a lamentarti», mi ammonì una monetina di fianco a me, non disposta più a sopportarmi. «Noi restiamo in silenzio perché ci sentiamo fieri di quello che siamo e rappresentiamo.»
«Fieri a rappresentare il nulla più completo?» Replicai con cattiveria a quella sua arrendevolezza, tanto compassata quanto disonorevole per me.
«Noi siamo raccolti qui dentro per una missione importante. Siamo eroi grazie proprio a Stefano», aggiunse un’altra monetina dal lato opposto del salvadanaio. «Eroi? Noi, che rappresentiamo solo imbarazzo e vergogna in chi ci ha tra le mani? Dovrei sentirmi orgoglioso e fiero di quello che siamo?» esplosi di rabbia e collera.
«Stefano ci raccoglie per unirci ai centesimi di tanti altri bambini come lui, che ci faranno diventare un esercito grandissimo che servirà a comprare medicine per i bambini malati in Africa. Noi siamo la parte buona di un gesto d’amore fatto da un bambino. Lo sta facendo con le sue mani e il suo impegno, senza chiedere aiuto ai genitori. Noi rappresentiamo una grande azione che parte da piccoli gesti, minuscoli dettagli: proprio come un centesimo.»
Rimasi senza parole su quella verità sorprendente che m’inorgoglì di una fierezza unica, mai provata prima. Mi sentivo finalmente importante, come lo era il gesto di quel bambino dal cuore d’oro, che ci stava raccogliendo per trasformarci in medicina per salvare i bambini ammalati. Stavo diventando una buona azione che avrebbe reso fieri tutti quanti noi.
Pochi mesi dopo avrei rivisto la luce del sole. Stefano ruppe il salvadanaio per raccoglierci, contare quanti ne eravamo e portarci dove saremmo stati scambiati con delle medicine. E’ stato quello il momento più glorioso della mia vita, che continuo a ricordare e raccontare, e lo faccio sempre con più forza ed onore ogni volta che qualcuno, invece che lanciarlo in una fontana o dimenticarlo in una giacca, raccoglie 1 centesimo e lo custodisce in un salvadanaio di buone azioni, come questo da cui vi parlo, che da qualche mese è diventata la mia nuova casa, per una nuova eroica missione di bontà, in aiuto di chi soffre la fame, e che grazie anche ad un misero e piccolo centesimo riceverà un tesoro inestimabile di amore e umanità.


Concorso Letterario “C’era un bambino come me…” PRIMO POSTO nella sezione FAVOLE e FIABE


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Sento musica nell’aria, un po’ come fosse vento in lontananza che ti scuote sensi e pensieri, ma non si fa raggiungere e afferrare, lasciandoti triste e insoddisfatto, perché non puoi spingerti lontano dalla desolazione che ti circonda, mentre sei qui… sopra un marciapiede, come un rottame inutile da evitare.
“Bambino, per favore, puoi raccogliermi da terra?”
“Signore, dico a lei, ha visto dove sono?”
“E lei, cara signora, può sentirmi da lassù? Le chiedo solo un po’ di filo per riprendere il
mio volo e andarmene da qui.”
Possibile che nessuno senta la mia voce? Non chiedo mica soldi? Ho solo bisogno di un po’ di filo per spingermi nel cielo, volare nell’azzurro, come musica nell’aria, e raccogliere i profumi della vita, fino a raggiungere le nuvole, da inseguire come in un gioco, e alla fine dello stento tuffarmi dentro quel soffice candore, da sembrare zucchero filato, per fermarmi a riposare e guardare dall’alto il mondo che gira troppo in fretta, perdendosi il gusto delle piccole cose e i dettagli della vita. Ma qui nessuno mi dà ascolto. Tutti troppo indaffarati a rincorrere qualcosa, mentre ai bordi di una strada c’è chi elemosina un aiuto che nessuno può sentire o, peggio ancora, vuol vedere.
Io chiedo solo un po’ di filo e una spinta per partire, poi al resto penso tutto io.
Quando sono lassù in alto, saprò da solo come strappare, con tutta la mia forza, la catena che imprigiona i sogni miei di libertà. L’ho già fatto, non ho paura di cadere, anche se il vento smette di soffiare sulle ali e mi fa precipitare sul marciapiede di una strada, dove i rumori della gente coprono le urla silenziose di chi non può mai più rialzarsi ed è lì agonizzante a chiedere una mano, per scappare e seminare i detriti di una vita malandata e senza gloria.
Due metri più in là c’è una signora che suona col violino una musica assai triste. Con lei ci sono anche tre cuccioli di cane a farle compagnia. Ogni tanto si ferma, fa riposare dita e note, e tende una mano tremolante per mendicare, ma anche per lei il destino è ingrato, e pur non avendo bisogno di nessuno per rialzarsi non riesce a farsi ascoltare, rimanendo immobile ad osservare gli occhi della gente che non si ferma mai a fissare chi fa pena o è senza un filo cui aggrapparsi per provare a non morire.
In questo posto dove sono adesso, messo così in basso da non sapermi fare ascoltare, mi sto sgolando inutilmente; la voce mia si lascia surclassare dai rumori della vita e di chi fugge dal dolore quando ti aspetta a braccia aperte per farsi consolare.
“Lei mi sente signorina? La vedo sorridente: si capisce che è felice. È contenta di un amore che tiene stretto per la mano… Ma ha visto quante altre mani sono sole, invece?
Restano lì, tese ad afferrare il niente, in questa strada trafficata. E ha visto quanti sono gli occhi malinconici che le chiedono un aiuto? Ma lei è troppo presa a sorridere al suo amore e non sa cos’è la tristezza. Non ha bisogno di mendicare per sopravvivere o di nessun filo per provare a volare… lei ha ben altro cui pensare.”
Perché la voce mia non sa urlare? Perché non c’è nessuno che si ferma ad ascoltare?
Dà fastidio questo pianto? Fa tristezza la mia lagna? Ma io posso anche cantare: l’ho sempre fatto nei miei voli, e mi piace inventare le parole per ogni immagine che vedo e s’imprigiona dentro il cuore.
Ma se volete posso provare anche solo a cinguettare o addirittura recitare una strofa di poesia, purché qualcuno rallenti i propri passi e decida per me il finale: tra il gettarmi in un bidone o regalarmi un po’ di filo per un altro volo ancora.
Sì, ho deciso, userò l’arte, il nobile cuore che si esprime, e con il sottofondo del pianto di un violino son certo che non passerò inosservato.
“Sono nato per volare… sono un gioco per bambini… sono carta dentro il vento che rapisce ogni sguardo e s’inebria di corrente… un disegno che cattura e a volte offusca pure il sole. Sono tenero e indifeso se mi blocchi in una mano, ma divento un grande uccello se mi lasci volteggiare… Sono come un desiderio che si libera nell’aria e sorvola tra le stelle come un sogno da afferrare… Ma ho bisogno del mio filo per riuscire nell’impresa e se qualcuno sa ascoltare questo mio lento poetare mi regali un’altra spinta ed io prometto di volare e nel cielo di… sparire!”
Qui nemmeno la poesia sembra funzionare. Disperato e senza forze mi sto lasciando andare. C’è solo un cane che mi annusa, ma non mi può dare una mano per rialzarmi.
“Vai lontano, passa oltre, che non servo neanche ad un bastardo.”
Che vi costa dare ascolto a questo povero aquilone, che ha per pelle un po’ di carta e come ossa del legnetto, ed è stato messo al mondo solamente per volare e non finire dimenticato in un viale trafficato da gente senza cuore.
“Chi mi allunga un po’ di filo? Per favore.” Voglio solo andar lontano e sparire da quaggiù, dove chi è solo o senza storia è un pezzente da evitare. Lasciatemi provare, almeno un altro ultimo volo, quello che fa perdere la ragione e ti libera dal filo che incatena il tuo destino. Saprò io come slegarmi, ma prima devo volare.
Tanti umani dovrebbero imparare da un aquilone il coraggio ad osare di più per mettersi in gioco ad ogni età, vincendo le paure, i rischi dell’incerto o i limiti di ogni confine, quando è la logica della ragione a macchiare i pensieri di timore e ti arrende inesorabilmente, frenandoti dall’obbligo di essere onesto con te stesso per liberarti dalle catene di una esistenza senza fama, amore e gloria.
Ma per volare non bastano le ali, c’è bisogno di un aiuto, fosse un vento generoso o una spinta per reagire o una musica che ispira, o soltanto un po’ di filo da spezzare se sei in alto, o troppo in basso e corri il rischio di schiantarti contro i sogni e i desideri irrealizzati.
Si sta alzando un po’ di vento, chissà se può aiutarmi a ripartire, sciogliere le ali e farmi perdermi nel cielo.
Mi è caduta sulla schiena qualcosa di bagnato. Tra non molto inizia a piovere e se l’acqua inzuppa le ali mi affonderà ogni sogno, ma almeno finisce il mio supplizio e in compenso sarò libero di volare nel cielo del Paradiso, dove non ci sarà più bisogno di altro filo per viaggiare.
C’è ancora quella donna laggiù in fondo, che ha smesso di suonare ed in fretta racimola la sua storia, fatta di un paio di buste ed un cartone, e prova a ripararsi dalla pioggia, che anche se le bagna le spalle non la farà certo morire, lasciandola all’inferno di una vita da mendicare su un maledetto marciapiede, dove tutti hanno qualcosa di più importante da fare che fermarsi ad ascoltare un violino per regalarti qualche soldo… o un po’ di filo a cui aggrapparti per rialzarti e tornare ancora a sperare.



Storia fantasiosa liberamente ispirata dalla canzone IL FILO di Fabio Concato


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Antonio e suo nipote Gianluca avevano iniziato la loro giornata dedicandosi un abbraccio pieno di felicità, sprigionato con tantissimo vigore dal bambino, alla vista del nonno che era andato a prenderlo a casa in quel giorno di festa. Non capitava spesso, ultimamente di vederli insieme, con Gianluca sempre più impegnato con le tante attività extra scolastiche, proprie di un bambino di 11 anni, e il nonno che trovava sempre meno affascinante uscire di casa per consumare qualche ora tra la gente del suo quartiere o al bar con gli amici a giocarsi a carte un bicchier di vino.
Ma quella domenica era un giorno importante per entrambi; nonno e nipote avevano deciso da tempo di dedicarsi una mattinata tutta per loro, e il 25 aprile era un’occasione perfetta.
«Dove andiamo stamattina, nonno?» domandò con voce commossa dalla felicità Gianluca, appena ripresosi dalla gioia di poter stare insieme al suo miglior eroe.
Antonio, dopo aver fatto finta di pensarci un po’ su, con un bel sorriso, propose: «Cosa dici se andiamo a mangiare un gelato e poi, ti porto in un luogo pieno di storia?»
«Sì», -esplose di contentezza il nipote- «mi porti in un museo, nonno?»
«Non proprio. Ti porto in un posto dove c’è raccolta tanta storia comune. Quella che pochi conoscono. La storia della vita di chi oggi non c’è più. Che dici, ti va?»
«Certo che sì», rispose entusiasta Gianluca, senza fare altre domande. A lui bastava solo restare il più possibile con il suo miglior amico d’infanzia, nonno Antonio, e poco importava dove lo volesse portare quella mattina, purché lo facessero insieme, mano nella mano.
Dopo essersi fermati alla gelateria sotto casa, si incamminarono verso la fermata degli autobus e attesero l’arrivo di quello giusto che li portasse dritti alla meta di giornata scelta da nonno Antonio. Giunti in prossimità di Via Ardeatina, Antonio invitò suo nipote a prepararsi per scendere. «Dove stiamo andando, nonno?» domandò curioso il bambino.
«A trovare il mio papà, ti va?» rivelò l’uomo con un’espressione complice.
Gianluca disse sì con la testa, appassionato dall’inaspettata tappa: «Ma andiamo al cimitero?»
«Sì», confermò lui con voce bassa, quasi non volesse farsi ascoltare da nessun’altro, mentre comprava dei garofani bianchi ad un negozio di fiori.
Oltrepassato un grande cancello di ferro battuto, Antonio si fermò a pochi metri dall’accesso che dava a un mausoleo. Qualcosa lo obbligò a fermarsi lì, come a dover trovare il coraggio necessario dentro di sé per proseguire in quel suo cammino.
Gianluca, non conoscendo il luogo e trovandolo diverso da quello che sarebbe dovuto essere un cimitero, chiese dove fossero. «Dov’è sepolto mio padre», rispose suo nonno con voce insicura.
«Che strano cimitero» commentò a voce alta il bambino.
Antonio non ebbe la forza di ribattere perché un fitto dolore salì velocemente alla gola, al punto da fargli temere di perdere il respiro. Tossì più volte. Poco istanti dopo, però, sentì il dovere di spiegare al nipote dove si trovassero: «Siamo alle Fosse Ardeatine. Un luogo di rispetto, dove sono morte tante persone durante la guerra.»
«Anche il tuo papà?» domandò d’istinto Gianluca.
«Anche lui, sì», confermò Antonio sempre più malinconico nell’espressione del viso e lo sguardo assente, perso tra le tagliole di chissà quale ricordo doloroso, al punto che anche il nipote si accorse di quella tristezza, da sentirsi obbligato a stringere più forte la mano del nonno in quella sua, come a volergli infondere forza e coraggio con quel gesto affettuoso.
Un uragano di dolore travolse Antonio, che ne restò folgorato, lasciandosi immobilizzare gambe e respiro. Le aveva ancora tutte impresse in testa le immagini strazianti: memorie di un’infanzia vissuta nel bel mezzo della guerra, con quei carri tedeschi pieni di uomini, le grida, gli spari ripetuti, il pianto e poi… il silenzio da morte che produce un eco lunghissimo, che certe notti ti sveglia con un incubo e ti fa tremare dalla paura all’idea di quanta disumanità scateni la guerra.
Un nodo alla gola si fece sempre più pressante, al punto da fargli mancare il respiro e impaurirlo. Si passò una mano sul petto Antonio, come a doversi massaggiare il cuore agitato e riprese a camminare lentamente, con al fianco il nipote che continuava a ispezionare con occhi curiosi ogni angolo di quel posto insolito e silenzioso.
Arrivati a meno di un passo dalla grande porta d’ingresso, l’uomo anziano si fermò, guardando per un istante lunghissimo Gianluca. Avrebbe voluto raccontargli ogni dettaglio di quel maledetto 24 marzo del 1944, ma qualcosa gli frenava le parole sulle labbra. Non voleva trasferire al nipote nessun dolore e, tanto meno, riusciva a sopportarla la riesumazione di uno spasimo così forte, che tanto gli aveva segnato la vita, se ancora oggi non lo lasciava tranquillo, neppure per un istante. Ma la mente gioca strani scherzi e si diverte spesso ad accanirsi su quello che vorremmo non venisse mai acceso tra i pensieri. Bastò un attimo, il tempo di un’esitazione, e Antonio tornò bambino, alla stessa età di suo nipote, mentre accovacciato dietro una collinetta seguiva la terribile scena che avrebbe cambiato per sempre la sua vita e quella di tanta povera gente, che aveva una sola colpa da non sapersi perdonare: trovarsi proprio lì, in quel giorno maledetto.
Tutti in fila come a scuola, a gruppi da cinque, per entrare nelle strette gallerie sotterranee abbandonate di pozzolana in Via Ardeatina, una strada messa tra due posti sacri, le catacombe di San Callisto e la chiesta di santa Domitilla: uno scenario perfetto, da sfida a Dio, in quell’eccidio di massa. Tutto era iniziato il pomeriggio del 23 marzo, quando un gruppo di partigiani del GAP aveva deciso un’azione di rappresaglia contro l’occupazione nazista, con un’imboscata che avrebbe dato in pasto alla morte 33 soldati tedeschi, in marcia su Via Rasella, con 18 chilogrammi di esplosivo nascosti in un carrettino per la spazzatura urbana, da far detonare mentre passava il plotone in marcia.
Quell’affronto fu pagato a caro prezzo. La rabbia dei tedeschi mostrò la sua faccia più dura, con una punizione esemplare che servisse da monito, condanna e, soprattutto, vendetta sublime. Un castigo senza precedenti, da far tremare il mondo: quei 33 soldati uccisi meritavano una rivincita e venne scelto il numero per giocare ad armi pari: 10 contro 1. Per ogni militare tedesco ucciso, la sua vita andava compensata con quella di dieci italiani, che furono rastrellati dalle prigioni di Via Tasso, quella di Regina Coeli, dalla strada e ogni altro posto servisse per arrivare a quel raggelante numero: 330 italiani da giustiziare, più cinque, trovatisi lì per sbaglio, ma che erano spettatori non graditi o perché… così pretese la storia di quella sporca guerra.
Antonio era lì, quando portarono nelle gallerie di pozzolana anche suo padre, reclutato dalla galera per essere un membro della Resistenza Comunista. Era stato arrestato insieme ad altre persone qualche mese prima, mentre escogitavano un piano di sovversione contro l’invasore. Aspettava ancora di essere giudicato, ma il tempo era breve e quell’esecuzione punitiva aveva un ordine tassativo da rispettare: immediata!
Antonio, quando seppe dal pianto disperato della madre che il papà era stato obbligato a seguire tutti gli altri partigiani, gli ebrei e i sovversivi antinazisti in Via Ardeatina, si precipitò da lui. Una corsa folle, con il cuore a battergli in gola come un tamburo, ed un grido straziante a richiamare l’attenzione di suo padre: “Papà!!!”, e quello strillo tornò a farsi ascoltare nella mente di Antonio come il grido di una sirena da porto che squarcia il buio silenzioso della notte.
Il padre, quando si accorse di suo figlio, lo obbligò a nascondersi immediatamente. Percepiva che non si sarebbe trattato di una gita quella che stava facendo, e non voleva che Antonio finisse nello spaventoso numero di italiani assembrati fuori delle gallerie.
Fece parte del terzo gruppo, dei complessivi sessantasette turni di esecuzione; entrò a capo chino all’inferno e dopo soli due minuti, a loro seguì subito un altro quintetto, e poi un altro ancora… e ancora un altro… e così avanti, fino alla fine!
Quella selvaggia serie di esecuzioni sommarie durò fino alle otto della sera, quando alcuni soldati tedeschi minarono gli accessi alle gallerie e fecero esplodere le cariche sbarrando ogni entrata alla fossa comune di morte. Il colonnello Kappler con quell’atto finale era convinto di riuscire a seppellire corpi, storia e possibilità di riesumare la barbaria inaudita. Ma alcuni monaci salesiani, guide delle catacombe, presenti nelle vicinanze, udirono le forti esplosioni, dopo aver assistito a quel frenetico movimento di automezzi tedeschi nella zona ed allertarono la polizia e il Vaticano.
Quando, quattro mesi dopo l’eccidio, furono riaperti gli accessi a quell’inferno diabolico, i 335 cadaveri furono trovati ammassati in gruppi alti oltre un metro e mezzo, con l’odore della morte che arrivò fino in cielo, a Dio, che quel 24 marzo del 1944 si era sicuramente vergognato di quanto odio esistesse tra gli uomini, lasciati liberi da sempre di amare o disprezzare… rispettare o umiliare, uccidere o trucidare senza alcuna pietà!
Qualcosa portò Antonio di nuovo al presente, spegnendo ogni ricordo di quel funesto sterminio. Era la voce di suo nipote, rimasto sospeso, come un acrobata su un filo, sull’ingresso alle cave senza capire se si potesse avanzare o ci si doveva fermare lì.
Il nonno, per quanto fosse andato già mille altre volte in quel posto a pregare in silenzio, non aveva mai trovato il coraggio di oltrepassare la soglia dell’inferno, e ritrovarsi nel luogo esatto dove suo padre, settanta anni prima, ci era entrato per un’unica volta, una soltanto, quella del per sempre… del “senza più ritorno”.
Gianluca, per l’istinto della curiosità provò a tirare per la mano il nonno così da farlo avanzare ed entrare nel sacrario, ma Antonio sembrava inchiodato all’asfalto. Provò anche a parole a scuotere il nonno: «Perché non entriamo?» ma sembrò non bastare. L’uomo era in preda al timore di non saper reggere la commozione che gli avrebbe provocato trovarsi davanti a quella lapide grigia con sopra scritto il nome e cognome di suo padre. Disse di no con la testa e tornò sui suoi passi, indietreggiando lentamente. Poi tentò di motivare anche a parole quell’arresa: «No. Non ci sono mai entrato lì dentro.
Mi sono sempre fermato sull’uscio per destinare una preghiera a mio padre e quanti altri hanno subito quell’orribile morte, ma non so oltrepassare questo confine.»
Come poteva avanzare tra quelle fila lunghissime di lastre di marmo, sotto le quali c’erano raccolte ossa, o già ceneri, di chi si era visto strappare alla vita da un martirio di guerra? Come avrebbe retto il suo cuore all’emozione di fermarsi per la prima volta ai piedi di quella che era la casa di suo padre da settant’anni? Come poteva deludere suo nipote, che voleva invece entrare? Mille pensieri, come bombe lanciate in un cielo di guerra, torturarono la mente e la coscienza di Antonio che alla fine, per il timore di scontentare il piccolo Gianluca, decise di farsi trainare dentro quell’inferno, dove regnava il silenzio della morte e ristagnava ovunque la crudeltà della guerra. Lentamente i suoi passi avanzavano nella penombra di gallerie cupe, che erano state l’accesso alla morte per 335 persone. Arrivati in fondo al corridoio, dove un cartello indicava che in una grotta transennata c’erano ancora resti di ossa umane non identificate, Antonio accusò un brivido lungo la schiena che gli ghiacciò il sangue nelle vene. Voleva scappare, correre il più lontano possibile e lasciarsi dietro quell’orrore che faceva mancare l’aria nei polmoni. Gianluca chiese qualcosa, ma il nonno non era nelle condizioni di rispondere… non in quel momento.
«Andiamo via, ti prego», riuscì a farfugliare al bambino, e si allontanò da quell’angolo d’inferno. Arrivati al bivio che lasciava scegliere se proseguire per le tombe o andare via dal mausoleo, Antonio con decisione si spostò verso l’uscita, ma Gianluca gli trattenne la mano: voleva continuare. Era una prova al limite della sopportazione per suo nonno, ma non poté esimersi dall’accontentare il bambino. Era stato lui a portarlo lì e non poteva sottrassi adesso. Con poco fiato in gola ed un dolore fitto al centro del petto, avanzò nell’abisso dei suoi ricordi fiancheggiando i filari dei loculi marmorei.
Ad un certo punto, il bambino, attento a leggere ogni nome scorresse ai suoi lati, si fermò davanti alla lapide di Gianluca Spina: «Ha il mio stesso nome e cognome questo signore. Può essere il tuo papà?» domandò Gianluca, rivolgendosi al nonno.
Antonio rispose senza parole, sospirando pesantemente dentro di sé e chiudendo ripetutamente gli occhi, come a dover frenare le lacrime che si affollavano a voler uscire. Era proprio suo padre quello che un nome ed un cognome chiedeva di commemorare. Era sepolto lì il suo eroe.
Era suo padre quello a cui Antonio, per la prima volta da quel lontano 1949, anno in cui venne aperto il sacrario, stava riservando la sua intima preghiera restandogli accanto, a due passi da lui.
Era suo padre… quello che settant’anni prima qualcuno avevo deciso di far partecipare ad un gioco crudele, che non ti fa vincere nessun trofeo, ma ha l’obbligo di fartene prendere parte per raggiungere una somma, che grazie a lui raggiunge DIECI e co mpensa la morte di UNO soltanto, per una vendetta che nessuno avrebbe più dimenticato, nonostante chiunque di quei poveri 335 ostaggi della rivincita, un attimo prima di morire, nel chiudere gli occhi si sarà sentito maledettamente solo, dimenticato da tutti, ed avrà pensato alla propria famiglia, al proprio Dio e ai propri amori, come forse Gianluca Spina avrà fatto con suo figlio, lasciato solo per il mondo, che dopo settant’anni è ancora lì, in quel giorno di festa e pianto, a portargli un fiore e ricevere in cambio una nuova lustrata di pena su quella inutile medaglia, consegnata qualche anno prima in memoria ad un martirio di guerra, conficcata non sul petto ma al centro del cuore, che ogni volta che ritorna ad affacciarsi su quel penoso ricordo lo fa sanguinare di dispiacere, per colpa dell’atrocità disumana che la guerra scatena tra gli uomini, e non ha mai motivo e ragione di esistere, ma serve solo a scatenare odio ed incancellabili orrori prima di meritarsi la conquista di una liberazione, bagnata nel sangue, che sappia resistere nel tempo… perché la libertà è un diritto divino ma anche un dovere degli uomini, da difendere senza più armi ma solo con il cuore in prima linea e carico d’amore.


A memoria di 335 vittime della guerra che per un’ignobile vendetta si sono visti strappare la vita per compensare la morte


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Capita spesso che davanti a questo cielo, a guardarmelo da quaggiù, mi senta davvero piccolo, quasi insignificante, al punto da non credere che un Dio, messo chissà dove e in quale irraggiungibile posizione, possa preoccuparsi di me, confuso in mezzo a tutta questa gente, che mi evita con disprezzo e insofferenza, perché sono un buono a nulla, un senza tetto… un senza scarpe!
Spesso mi domando cosa vedono realmente di me, gli occhi distratti di chi mi passa accanto, sfiorandomi appena e illudendosi di comprendere cosa significa resistere al niente della notte, che non ti fa mai addormentare con la speranza che sia presto domani, perché c’è un progetto da inseguire, un amore da proteggere o una speranza da ghermire. Le mie notti sono buie, fredde e inutili, piene solo di paura, perché non c’è nessuno che ti copre le spalle o ti rimbocca le coperte se hai freddo, o ti fa scalare un letto a castello e spegne la luce, dopo averti dato un bacio sulla fronte. Anche a me è successo, tanto tempo fa, che qualcuno
si preoccupasse dei miei incubi, quelli che ti fanno urlare nella notte. Le ricordo ancora quelle braccia forti che mi stringevano per proteggermi dallo spavento di un mostro cattivo. Quelli erano abbracci sicuri che oggi non ci sono più… ed è per questo che non posso più permettermi sogni cattivi ad inquietare le mie notti in guerra, quando nessuno mi stringerebbe a sé per sostenere ancora il mio sgomento.
… … …
È una sera molto fredda questa qui”, commenta il capo squadra, mentre il rombo del furgone che sta guidando squarcia il centro della città, in un venerdì di inizio inverno, dove il gelo inizia a farsi sentire sulla pelle e sembra avvisare tutti che, per un po’ di mesi, sarà lui a farla da padrone su tetti, corpi, mani e piume dei gabbiani, che sono messi in fila per farsi calore, tutti belli ordinati su un muro che dà sopra al fiume, come spettatori silenziosi del flusso regolare dell’acqua che scorre verso il mare, l’uno di fianco all’altro, restando vicini, quasi appiccicati per combattere le lame agghiacciate dell’inverno; succedesse così anche per gli uomini ci sentiremmo, forse, tutti un po’ meno soli, soprattutto quanto il gelo della solitudine ci entra nelle ossa e sporca i pensieri di malinconia di una vita, la nostra,… che corre troppo in fretta da non lasciarci il tempo di fermarsi a riflettere su noi stessi e queste ricerche affannose della felicità continua, quando c’è gente che ha nel nulla il suo universo ed è costretto a nascondersi, confondersi tra la folla di persone di ogni giorno e cercare di non commettere errori da ritorno all’inferno: il punto clandestino da cui sono partiti.
… … …
Qui fa meno freddo. È un riparo temporaneo, del tutto transitorio, ma se resto rannicchiato dietro queste colonne, il vento non può raggiungermi e poi, ho una nuova coperta, bella lunga e spessa, che è servita a contenere un televisore super tecnologico, che starà facendo la gioia di occhi ammirati a guardarsi il mondo chiuso in un rettangolo, comodamente seduti sul divano. L’imballo non serve, è ingombrante e fastidioso… per loro: fortunati possessori di una nuova tecnologia da mostrare con orgoglio. Ma non per me, che ne faccio il mio riparo e la coperta di ricovero per stanotte, sempre che non mi venga rubata da qualcuno o diventi il gioco stupido di qualche branco di ragazzi, in preda all’alcol e la noia della loro banale età, che proveranno a scherzare intorno a una battuta, di quelle che fanno ridere solo chi non sa cosa vuol dire stare in mezzo al niente, e proveranno a dare fuoco al mio cartone, giustificando quell’atroce idiozia con il desiderio di regalarmi più calore… e poco importa se in quel gioco insulso qualcuno poi, in mezzo alle fiamme, ci rimette la vita, la sua… che a volte vale davvero meno di un cartone, per noi che siamo senza un tetto per dormire, senza un’identità per raccontarci e scarpe di ricambio per sparire.
… … …
Tra un po’ faremo la prima tappa di questa serata all’insegna della carità e il conforto, dove c’è chi ci aspetta per un pasto caldo, un maglione che protegga dal gelo e un giubbotto che tenga al chiuso il cuore dall’inverno di questa notte scura, che cade addosso con tutte le sue fredde stelle e si appiccica al fiato in gola, rendendolo una nuvola, come in un fumetto, ad ogni respiro nuovo. È la mia prima volta ed un po’ mi sento in disagio, perché non so che fare e com’è meglio muoversi e accelerare, il più possibile, che c’è tanta altra gente che ci aspetta qualche incrocio più in là dalla nostra prima stazione di consegna dei pasti caldi.
Ci dividiamo le mansioni e ai più esperti tocca riempire i piatti di pasta e dispensare qualche parola di conforto. A me, invece, mi è stato affidato il compito di consegnare le bevande e il pane, e come un soldato saprò svolgere il mio incarico, perché ho nel cuore il desiderio di confrontarmi con chi va guardato fisso negli occhi, per non mostrare debolezze o troppa pena, nell’inesorabile sfida che si stabilisce tra chi riceve e chi, invece, dona.

… … …
Tra un po’ arrivano i miei amici. È meglio che mi porti al punto di raccolta, che anche a ricevere la carità bisogna stare sempre svegli e in prima linea, se non vuoi che ti riservino gli scarti di un’elemosina, necessaria solo a sopravvivere e mendicare per un’altra notte ancora.
C’è già qualcuno lì che aspetta. Sono i soliti sbandati, un gruppo di clandestini, figli di terre caotiche, in guerra da sempre contro tutto e tutti quelli che calpestano la storia di un comunismo miseramente tramontato ad Est, o che nell’indignazione legittima l’estremismo assurdo in una religione del terrore. Sono senza ritegno, violenti e arrabbiati col mondo, che quasi pretendono di ricevere ciò che non gli è obbligato dare, ma se ti ribelli o provi ad alzare la voce, ti ritrovi un coltello alla gola o senza più una coperta di cartone con cui resistere alla notte. Ne ho visti tanti di occhi disperati e barba incolta, che si azzuffano per una coperta o un paio di scarpe vecchie, che venderanno il giorno dopo per comprarsi sigarette o l’ennesima bottiglia di alcol, che scalda il sangue nelle vene ma ubriaca anche i pensieri e fa parlare a vuoto.
Sono uomini che non hanno storia e non sanno quanto sia inglorioso ritrovarsi come casa un ponte o esiliati nel centro esatto di un dolore, senza nessuno che ti chieda mai perché hai scelto quella libertà, che è la tua più grande condanna da scontare a vita sotto al cielo.
Mi chiamano il professore, perché chiedo sempre con rispetto e ad occhi bassi. Mi vergogno di quello che sono adesso, ma non posso rifiutare il loro aiuto perché ne morirei.
Ero un padre di due figlie ed un marito rispettoso. Insegnante di latino e con tanti sogni da afferrare. Ero felice. Mi ritenevo appagato di ciò che mi ero conquistato e indispensabile per la mia famiglia, ma mi sbagliavo. Ero solo un dito nell’acqua, che una volta tolto ci ha messo niente a riempire quel vuoto che ho lasciato. Sono stato un presuntuoso e non ho fatto i conti con una ladra di destini. Una sporca mentitrice di guadagno, che ad ogni nuovo tentativo mi impoveriva sempre più della mia vita. Me la sono giocata a sorte la mia famiglia, e con lei il mio lavoro, la dignità, il rispetto di una moglie e l’affetto delle figlie. Sono finito per la strada, senza neppure accorgermi di quanto stesse precipitando giù la vita mia. Solo, nel cuore della notte, senza più un’aula in cui parlare, una tavola attorno alla quale raccogliersi a mangiare ed un letto in cui riposare le stanchezze di giornata. E tutto questo per colpa di una maledetta slot machine, che mi ha rubato dal cuore ogni battito di vita, consegnandomi alla strada come un sacco di immondizia.
Poi son finito in un centro di raccolta, di quelli che chiamano dormitorio, ma è solo una cella di una prigione a porte aperte, dove ogni notte entravo per dormire, fino a quando qualcuno mi ha rubato le scarpe e dalla rabbia ho reagito di violenza, perdendo il mio posto letto, il pasto caldo e il diritto ad un tetto contro la pioggia ed il freddo. Espulso da quel purgatorio di amarezze, come un ragazzo da un orfanatrofio, che si ritrova senza un cognome e un passato a costruirsi una vita dal nulla, quando non c’è storia da difendere, memoria da evocare e renderti interessante a chi ti ascolta, e per tutti sei solo un buono a nulla. Un rifiuto che non può tornare indietro e riparare gli errori commessi, anche se mi illudo che una volta toccato il fondo posso ricominciare a vivere.
Ma quale sarà il fondo per me? Ancora quanto devo scendere, prima di risalire su? E quante notti devo aspettare ancora, prima che si faccia giorno anche dentro di me?
Eccoli… i nostri amici della notte, con le loro ronde di carità e parole buone, a regalarci esili sorrisi di speranza a cui aggrapparsi, per illuderci che a qualcuno ancora importiamo qualcosa.
… … …
“Siamo arrivati, si scende. Mi raccomando, rispettati i compiti e siate veloci. Ci aspettano in altri posti e la notte è fredda e ancora lunga da passare.” E tutti giù dal furgone.
Eccoli! Sono loro gli invisibili, quelli senza nome o un posto per dormire, che si nascondono di giorno e poi, come i vampiri, escono di notte, quando la città dorme, per mettersi in fila, tutti ordinati, l’uno dietro l’altro, ad aspettare il turno per un piatto caldo e un poco di vestiti usati con cui sentire meno freddo in questa notte di dicembre. Sono di ogni età ed etnia. Parlano un italiano incerto ed incompleto, ma si fanno capire e hanno imparato presto la parola “grazie” per quello che gli viene offerto. Qualcuno urla qualcosa. L’alcol gli dà forza per minacciare qualcuno del suo gruppo, mentre pretende più rispetto e la prima scelta da un sacco pieno di maglioni usati, che si apre per loro. C’è un uomo che sembra non appartenere all’esercito di disadattati alla vita che ho davanti. È quasi ben vestito, da confonderlo con un uomo di passaggio. La testa la tiene bassa per nascondere gli occhi spenti dall’umiliazione di chiedere la carità di un pasto caldo.

Fa freddo e i miei occhialini si stanno appannando, tanto è compatto il gelo che si posa sui vetri chiari. Li pulisco velocemente, mentre do la busta dell’acqua, il the caldo e due panini a quel distino uomo di mezza età, che alza gli occhi con fatica, e con una voce appena sussurrata mi chiede se ci sono un paio di scarpe da provare.
Non so che dirgli, se non che sono nuova. Non so come comportarmi, ma mi incuriosisce quella sua
richiesta, invece che volere altro pane o pasta, mi chiede scarpe nuove. Perché?

… … …
Stasera c’è una ragazzina nuova a far da volontario, tutta intirizzita, che si raccoglie nel suo giubbotto caldo.
Ha gli occhiali che si appannano di continuo e mi fanno divertire, perché è buffa e un po’ impacciata, ma si percepisce che ha un cuore grande ed è qui per scelta e non l’obbligo di scontare una pena sociale o da ritiro di patente.
Le ho chiesto un paio di scarpe, forse posso intenerirla alla sua prima volta qui, ma non sa come fare per poter farmene scegliere qualcuno, e rimane con un volto scontento e l’espressione mortificata di chi non sa aiutare. Mi dispiace averla intristita, così e provo a rimediare.
«Ti sembra strana la mia richiesta, vero? Ma non è così. Credono tutti che un vagabondo abbia ben altre necessità che un paio di scarpe usate, ma tu immagina a camminare a piedi scalzi, infreddoliti per la pioggia o il gelo che sale dall’asfalto e ti ghiaccia il cuore. Non vai lontano, e se resti immobile diventi preda facile da braccare e poi stanare. Ti puoi difendere dal freddo, la pioggia e il caldo, ma non dai piedi scalzi che non ti fanno andare da nessuna parte.»
… … …
Mai avrei creduto che un paio di scarpe consumate fossero tanto ambite da un uomo della notte, che sta mangiando in disparte, sempre con gli occhi bassi e un viso asciutto, di chi non ha niente da raccontare su se stesso e i suoi giorni sempre tutti uguali. Chiedo al capo squadra se posso prendere delle scarpe da far provare all’uomo che me l’ha chieste. Lui sorride e lo chiama a sé con una voce amica e un sorriso di rispetto: «Ciao professore. Vuoi un paio di scarpe nuove? Le tue sono rotte?» L’uomo appoggiato al muro conferma, dicendo di sì con la testa e punta i suoi occhi scuri dritti su di me, come a volermi ringraziare silenziosamente per quella mia attenzione, tanto minima e innocente quanto immensa e vitale per lui.
… … …
Avevo ragione a fidarmi di quegli occhialini appannati, sopra un viso dolce e sincero, che fa grande una ragazzina, quando con un semplice gesto riesce a regalarti un motivo per sorridere ancora, anche in mezzo al brutto della tua esistenza, perché qualcuno ti ha donato delle scarpe con le quali puoi sentirti più libero a consumare strade nuove e illuderti di scappare, correre e seminare dietro di te i fantasmi dei rimorsi e tutte quante le paure di una vita persa nel dispiacere.
… … …
«Grazie ragazzina. Hai visto che belle? Ho un paio di scarpe nuove questa notte.»
«Sì, le stanno bene, ma non deve ringraziarmi. Mi chiamo Francesca. Buona notte a lei.»
«Buona vita a te cuore nobile, e buona strada ai miei piedi, che stanno nuovamente al caldo.»

E su quelle poche parole, entrambi, dopo un ultimo scambio di sorrisi, si congedarono, incamminandosi in opposte direzioni, anche se durante quella notte, più volte, si ricordarono l’uno dell’altra, in quello che era stato il loro primo incontro, nel cuore di una serata speciale, in mezzo al freddo dell’inverno e con un paio di scarpe nuove ai piedi di un funambolo della notte, per provare a sfuggire al dolore di una vita al buio e senza più gloria.

in onore dei Volontari “La Ronda della Carità” di Verona e di quanti hanno a cuore i senzatetto


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Cos’è quella luce laggiù in fondo?
Dovrei spingermi tanto in avanti, perché? Osare un simile azzardo per cosa? Per chi dovrei lasciare questo posto segreto e arrivare lì… a quel portone, serrato da sempre e dal quale non si torna più indietro?
No, meglio di no! Preferisco restare qui, al sicuro da tutto, anche se sento dietro di me una forza misteriosa che mi obbliga a partire: come una mano invisibile, che mi spinge a provare il primo volo; il primo viaggio… la mia prima volta!
Ma ho paura. Non sono un temerario e nessuno mi ha ancora insegnato ad affrontare qualcosa di nuovo, che mi aspetta a braccia aperte per stringermi in un abbraccio o forse in una morsa.
Spesso sento suoni, voci e rumori provenire da lontano, ma non so immaginare cosa li produce e come faccia a farli arrivare fino qui: qui in casa mia!
Mi guardo intorno, è tutto buio, e mi assale il terrore di iniziare a volare, quando so di non essere ancora pronto a questo rischio, perché potrebbe non piacermi quello che c’è ad aspettarmi, oltre una botola enorme che mi separa dal mondo. Vorrei pensarci ancora un po’, ma non si può rimandare. Qualcuno potrebbe preoccuparsi: ci sono i miei che mi aspettano.
Sicuramente troverò mia madre con occhi pieni di lacrime, inquietata da questo mio indugio, mentre sul viso si disegnano rughe di stento e appare un’ombra scura per la preoccupazione. Meglio partire, che non mi piace fare ritardo. M’incamminerò col buio, fra le lame della notte, così non vedrò ombre sinistre al mio fianco, ed avrò un motivo in più per correre e raggiungere in fretta la luce, oltre quel tunnel, dove c’è chi mi attende, perché è finalmente il turno mio, tocca proprio a me: all’appello c’è il mio nome!
Il mio nome! Chissà se mi piacerà o dovrò indossarlo come un abito che mi sta stretto, o una condanna che non saprò mai sopportare. Se almeno mi avessi chiesto un parere, mamma, ti avrei potuto urlare da quaggiù il mio consenso…
Lo sai che, quando ti penso, mi immagino davanti a te, mentre mi regali il tuo primo abbraccio? A te che mi osservi commossa, felice o un po’ delusa se non rispondo a tutte quante le tue aspettative: sarò biondo, bruna, occhi azzurri, labbra sottili o cos’altro ancora? Sarò un bel maschio, da far crescere tutto muscoli e rispetto o una femminuccia, che so desideri di più, perché te l’ho sentito confidare mentre parlavi con qualcuno. Ma ci pensi, mamma? Io, una bella bambina da coccolare e stringere forte, quando sentirai il bisogno di qualcuno che ti ascolti senza dire nulla e si lascia imprigionare in quell’abbraccio che libera la tristezza e disperde la solitudine.
Chissà come sarò… e chissà se piacerò anche a te, papà!
Ma quanti pensieri in questa mia piccola testa. Mentre volo nel buio guardo in basso e vorrei tanto che qualcosa rischiarasse i contorni per capire cosa c’è sotto: una campagna, una strada o può darsi anche il mare. Che poi… cosa sarà mai il mare? Parlo di cose che non conosco, di cui so soltanto il nome perché mi hanno fatto ascoltare o immaginare da qui.
Spesso ho ascoltato i rumori e le voci provenire oltre queste pareti, ma sono cieco e non so quanto sia grande questo mare, dove mi hai già fatto bagnare però, mamma. Ricordo che un giorno, accarezzandomi con la tua mano calda, me lo hai fatto sentire il suo rumore, dicendomi poi: «tu sarai come il mare: il meglio di te non sarà mai visibile in superficie, ma solo nella tua più ignota profondità.»
Non so cosa volevi dire con quelle parole, ma mi è piaciuto ascoltare la tua voce, il rumore delle onde e l’idea di assomigliare a chi nasconde la parte migliore, quella più grande, dentro di sé.
Che strano! Ho sognato tanto questo momento e adesso che sembra il turno mio, vorrei tornare indietro da dove sono partito, per riflettere su tutte le cose nuove che mi aspettano lì fuori, oltre quel confine. Ma non c’è più tempo, anche se non credo esista un tempo preciso da scegliere per nascere.
Devo accelerare e raggiungere la luce… ho paura che si spenga.
Ancora un po’ di volo e sarò da te: che bello, mamma!
Chissà quanto hai desiderato questo momento. So pure che dovrò sforzarmi per farmi capire che ho fame. Dovrò inventarmi un gesto che ti faccia comprendere cosa voglio e perché non la smetto di piangere. O forse è meglio un bell’urlo? Uno di quegli strilli che ti ho sentito tante volte fare, e qui dentro ha tremato tutto.
Che emozione… sto volando o, non so, se è più giusto dire che nuoto in un liquido viscido, che mi ha alimentato da sempre ed un po’ già ne sento la sua mancanza, così come questo filo che mi lega a te e mi fa sentire un aquilone, che non si deve smarrire, mentre qualcuno lo insegue con lo sguardo che si perde nel cielo.
Ma adesso basta tristezza e fatemi spazio: tocca a me!
Sto arrivando e già quasi ti vedo… vedo il tuo viso provato, mamma. I tuoi occhi arrossati dalla commozione. Mi stavi aspettando, vero? Sono io quello che cercavi? Mi immaginavi così?
Tra un po’ mi presento col mio primo lamento, il primo vagito sul mondo; il mio primo respiro alla vita.
Ma perché il viaggio rallenta?… C’è qualcosa che mi frena e sento anche freddo. Non mi era mai capitato di tremare così prima d’ora. Forse è solo emozione. Ma perché sono fermo?
C’è qualcosa di strano, sembra che tutta l’acqua intorno si svuoti, corra più veloce di me… e perché quella luce là in fondo si è spenta di colpo?
Non capisco a chi devo aspettare per varcare l’ingresso. Sembra tutto sospeso, bloccato: ora il buio più totale, ma cosa c’è? Voglio uscire da qui!
Vorrei bussare al portone, dire che sono fuori che aspetto, ma non riesco a parlare e mi si chiudono gli occhi. Forse sarà stanchezza per questo viaggio notturno, o perché questa è l’ora che di solito dormo. Forse è meglio fermarsi e aspettare che si riapra la botola e mi faccia passare, per vivere quello che ho appena assaggiato, a sapermi ad un passo da quella luce sul mondo… sul mio domani.
Intanto il tempo passa e non mi cerca nessuno.
In compagnia del silenzio, e per lo stento di un viaggio tanto lungo, mi sento svenire. Devo riprendere fiato. Ma voi aprite la porta… manca l’aria qui dentro. Non riesco a respirare… Vi prego, fate in fretta e non lasciatemi al buio e nel freddo che uccide.
Il destino di un uomo non può essere scritto dalla volontà di qualcuno che decide per lui.
Dico a te, mamma, che non senti o fai finta di non considerare l’omicidio che commetti a non farmi venire al mondo: io non ti chiedo un miracolo, se non quello di nascere, che poi qualcuno lo trovo che mi voglia accudire e così fai felice anche chi si sente incompleta, se non può regalarsi un figlio tutto suo da crescere, ma si concede ad un’anima al mondo, proteggendola con l’amore da mamma.
Tu, fai aprire quel varco e fammi passare… che poi al resto ci penserò io, la sorte o il buon Dio.
Ti chiedo solo quel sì… che mi cambia il destino e dà alla speranza la vita, che non deve mai morire. Non ti serberò rancori se mi abbandoni perché non puoi tenermi, o non riesci ad accettarmi o sei obbligata a liberarti di me, perché qualcuno così ha deciso per noi. A me basta ricevere da te solo quell’atto d’amore, che si chiama diritto alla vita, che è il più grande regalo che una donna possa donare a chi vuole nascere, perché ne ha diritto e sa di meritarsi una possibilità di guardare il cielo, il mare e il proprio volto allo specchio, invece che finire ricordato in un rimorso, da nascondere a tutti, perché è un peccato mortale.
… … …
Vi prego, mi sentite?
Aprite la porta! Ma che ci faccio qui dentro da solo? Sono stanco di rimanere al buio, come fossi in castigo, io che non ho nessuna colpa da farmi perdonare.
Mamma, dico a te: non fermare il mio volo e ascolta questo pianto sottile. Sintonizza il tuo cuore grande di donna, che dà vita alla vita, con quello mio piccolino e lasciami nascere, che non voglio essere ricordato come un ignobile gesto compiuto o il tuo angelo sfortunato nel cielo, ma un uomo libero sul mondo, che anche senza mai averti visto ti vuole bene lo stesso e ti ringrazia per aver fatto sì che la vita, così come la speranza di nascere, abbia vinto su ogni paura di arrendersi e morire.


racconto vincitore del 1° PREMIO Concorso Letterario SAN NICANDRO 2013


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«No, papà. Ho deciso. A scuola non ci torno mai più.»
«Ma perché, santo Dio?» reagì indignato il padre di Angelo, lanciando al soffitto quell’imprecazione che si schiantò sul solaio come fosse pioggia di lapilli addosso le case.
Ma il figlio rimase in silenzio, inasprendo ancor di più l’ira del genitore. «Ma che peccato ho fatto per meritarmi un figlio così?», inveì rabbioso l’ingegner Grezzi, mentre usciva dalla camera del figlio sbattendo la porta dietro di sé, lasciando nell’aria un rimbombo che si conficcò nel cuore di Angelo, rimasto sul letto e con la testa infossata nel cuscino per la vergogna.
Non era colpa sua se gli bastava varcare la soglia della scuola per ritrovarsi il divertimento preferito di Sansotti, suo compagno di classe, alto come un armadio e di tre anni più grande di lui, che lo accoglieva con la solita carica di offese, alle quali bastava che Angelo rispondesse anche solo guardandolo negli occhi, per ritrovarsi il bersaglio di un cancellino da lavagna o qualche quaderno lanciatogli addosso da quattro stupidi, adepti di Sansotti, reclutati solo per la paura che subissero la stessa identica sorte di Grezzi, preferendo di roteare intorno al loro capo, come cani ai piedi del padrone, e divertendosi a filmare col cellulare le umiliazioni da pubblicare su YouTube, consumate contro un povero ragazzo, che aveva una sola colpa da non riuscire a farsi perdonare o nascondere agli altri: era omosessuale.
Cinque ore al giorno, per due anni di seguito e in due scuole diverse, quel suo ostentare una fragilità tanto evidente, si era rivelata la sua condanna più atroce da scontare. Per lui, che sognava di diventare un farmacista come il nonno, il desiderio di studiare moriva ogni giorno di più dentro di sé.
Mille volte avrebbe voluto reagire, ma non trovava mai il coraggio per farlo davvero.
Ci sarebbe riuscito, forse… ma quando sarebbe stato più grande dei suoi quindici anni, così da ribellarsi alle prepotenze e sperare di non trovarsi più di fronte a tanta stupidità, da parte di chi viveva a stretto contatto con lui, nel chiuso da galera di un’aula scolastica.
Le prime volte aveva provato a resistere, Angelo, sperando che quel gioco avesse una fine, ma non era così. Il suo silenzio autorizzava ad essere sempre più spietati nei suoi riguardi, perché Angelo non sapeva reagire, non doveva farlo e non poteva opporsi: “lui era un gay, e quella categoriali persone nella vita deve solo subire”, gli apostrofò sulla faccia insanguinata il suo primo carnefice, quando dopo quattro mesi di liceo scientifico, Angelo aveva provato ad opporsi agli spintoni e i calci subiti durante le pause di ricreazione.
Era tornato a casa con un occhio gonfio. La mamma, impaurita ed arrabbiata, era corsa a scuola per denunciare quell’atto ignobile, ma il Preside non poteva fare nulla se il ragazzo non accusava gli aggressori, riportandone i cognomi.
Doveva fare in nomi per farsi giustizia. Ma Angelo non voleva farli: aveva paura, e per quell’anno si decise di non mandarlo più a scuola.
L’avrebbe ricominciata l’autunno successivo, cambiando Istituto, però.
Ma quel secondo tentativo era partito in maniera simile al precedente: i soliti sorrisi maliziosi, le prime battute a doppio senso, per poi passare a qualche insulto a voce alta e ritrovarsi, dopo solo due mesi, un energumeno che si era scelto Angelo come vittima dei suoi divertimenti.
Un continuo bisbigliare in classe, ed appena suonava la campanella di fine ora, Angelo finiva stretto ad un angolo con il banco contro a farlo prigioniero, mentre qualcuno gli tirava i capelli e quella montagna di Sansotti lo schiaffeggiava al ritmo dei suoi ingloriosi: “Non piangere finocchio.”
Assurde scene di bullismo si ripetevano ovunque nella scuola, al punto da far diventare Angelo lo zimbello dell’Istituto. Bastava che passasse per il corridoio, sempre a testa bassa e il desiderio di essere invisibile a tutti, che si susseguivano i commenti e le code di insolenza per quel ragazzo con la malattia di essere “un infelice frocio irrecuperabile.”
Quante lacrime versate ingiustamente a sapersi vittima della superbia di chi si sente più forte e in diritto di umiliare per il macabro gusto di cancellargli l’identità corrotta e fuori dalle norme, facendolo sentire come un oggetto con cui divertirsi a scuola, e un rifiuto di cui vergognarsi a casa.
La mattina che Angelo avrebbe sancito l’abbandono dalla scuola, fu caratterizzata dalla spietatezza fatta ascoltare dalla professoressa di scienze, che entrando in classe si era ritrovato Angelo steso per terra da uno sgambetto, che gli aveva frenato la corsa per riprendere posto al suo banco.
L’insegnante si era avvicinata in maniera compassionevole, da sembrare che volesse soccorrerlo, ma non era così. A lei importava solo che si rialzasse in fretta il ragazzino del secondo banco e tornasse al suo posto, perché bisognava iniziare la lezione. E poco interessava se ad Angelo qualcuno gli aveva quasi fatto rompere il naso in quella caduta. Lei voleva solo che tornasse in fretta al suo posto: «Ti muovi?» lo esortò Armellini.
«Mi dà il tempo?», reagì stizzito l’alunno ancora per terra.
«Stai più attento quando cammini», sembrò schernirlo la professoressa, raccogliendo il consenso della classe, che rise per quell’affermazione ironica.
Angelo, all’idea che anche un docente non sapesse far di meglio che ridere di lui, sentì bollire la rabbia dentro di sé, come lava dalla pancia di un vulcano. Si sentiva umiliato, schernito da tutti e con un terribile dolore al naso per la caduta. Non seppe più frenare il suo rancore, che eruttò con veemenza addosso all’insegnante, senza sapersi moderare nella foga e nelle parole: «Non sono caduto, ma qualcuno mi ha fatto inciampare. Ma lei non l’ha visto, come nessuno qui può vedere quanto sono ossessionato da quattro imbecilli che mi rendono la vita un inferno», e scoppiò a piangere, in maniera infantile e impossibile da contenere, al punto che qualcuno in classe si pentì di non averlo mai difeso.
Altri, però, ripresero quel gemito, sbeffeggiando ancora una volta Angelo.
«Mortificato da quattro imbecilli. Come possiamo fare per aiutare la signorina?» rifece il verso lacrimoso di Angelo, il solito Sansotti.
«Stai zitto!» intimò il silenzio Armellini, per poi avvicinarsi ad Angelo, rimasto con le mani sulla faccia a nascondersi gli occhi gonfi di lacrime e sussurragli qualcosa: «Io non capisco dov’è il tuo problema. O ci sei omosessuale e te ne fai una ragione, dichiarandolo a tutti senza vergogna e ammettendo il tuo problema, o non lo sei e non ti curi di loro.»
-Il mio problema?- Angelo non si aspettava quelle parole. Non le poteva accettare da una professoressa.
La rabbia gli accecò la ragione e fu più forte di ogni imbarazzo a reagire. Per la prima volta fu la collera a parlare per lui: «Ma le sembra che la sua considerazione mi aiuti a stare meglio adesso?»
«Voglio sperarlo, -ribatté con estrema superbia l’insegnante per quel rimprovero mossole contro. Alla fine, sei tu che devi accettare di essere diverso dagli altri», completò schietta la professoressa di Scienze.
«E invece no», sbottò il ragazzo al limite massimo di sopportazione. «Non sono io che devo accettarmi diverso dagli altri, ma è chi mi vive intorno che mi fa sentire quanto sono differente da loro», e senza permettere una reazione alla professoressa, Angelo raccolse il diario, lo insaccò nello zaino,
ed uscì dall’aula sbattendo la porta.A scuola non ci torno mai più – giurò a se stesso, mentre correva per il corridoio. – Mai più -, continuò a ripetere per tutta la notte e al mattino seguente, a se stesso e quanti provavano a scoprire le ragioni di quell’arresa.
Il ragazzo era stanco di sentirsi sempre il burattino di tutti solo perché ritenuto diverso, e con un sogno impossibile da realizzare nel farsi accettare per quello che era dentro, come anche di fuori.
I giorni seguenti per Angelo furono un supplizio. Non bastava la mamma ad insistere a volerlo a scuola o la sorella Luisa, che gli rimproverava quella paura di reagire, e neanche qualche amico, accorso al suo capezzale per infondergli coraggio, ma che restava sempre cauto nell’esternargli un gesto d’affetto, perché un omosessuale fa paura quando è fragile e potrebbe mal interpretare quel senso di affezione, illudendosi di ciò che non potrà mai ottenere da chi è diverso da lui e non può accettare il suo amore.
Ma Angelo aveva deciso per tutti, senza considerare, però, la furia del padre, che il venerdì mattina entrò nella sua camera e lo obbligo ad ascoltarlo. Era stanco di vederselo girare per casa come un malato terminale. Lui era l’unico che potesse pretendere una reazione dal figlio e non si rifiutò di inscenare la sua parte legittima; quella del padre che deve difendere suo figlio a tutti i costi, e mai condannarlo. Lui sapeva il motivo di quella chiusura totale. Glielo aveva accennato la moglie, e comprendeva bene che l’unico rimedio disponibile fosse quello di parlare con tranquillità ad Angelo, stimolandolo ad insorgere e combattere.
«Basta, Angelo. Non puoi ridurti ad una larva umana solo perché qualcuno si crede più forte di te.
La tua non è debolezza, ma un modo di essere. Sei solo più sensibile di quegli animali che non meritano la tua disfatta. Reagisci, per favore.»
Ma Angelo non voleva reagire. Neppure sembrava stesse ascoltando le parole del padre. Spalle al genitore, lo sguardo perso oltre la finestra sui campi di grano, e la testa che continuava a dire di no, respingendo ogni tentativo di dialogo.
«Non puoi cedere così. Io non ho mai criticato il tuo modo di essere, ma non puoi deludermi fino a questo punto. Tu non sei un mostro da chiudere in casa, ma un ragazzo che ha lo stesso diritto di chiunque altro a viversi il suo mondo.»
Quelle ultime parole sembravano aver fatto breccia nella testa ed il cuore di Angelo, che si voltò di scatto verso la voce del padre che l’assaliva alle spalle, per mostrargli un viso cedevole e bagnato dalle lacrime, che scendevano giù come fiumi da cime di montagna.
«Non c’è nessun diritto per un ragazzo come me, papà, lo vuoi capire? Sei escluso a priori da ogni cosa: da tutto e tutti. Nessuno sa capirti fino in fondo ed è più facile ridere di te che lasciarti parlare. Non ti viene perdonato questo modo diverso di amare e neanche Dio ti accetta, lasciandoti da solo al mondo, come un angelo scacciato dal suo Paradiso.» Non riuscì a proseguire con le parole il ragazzo perché il fiato gli fu sottratto dall’urgenza di un pianto improvviso che ebbe il sopravvento sul suo accorato sfogo.
Il padre scosse la testa, restando per un secondo a riflettere sulle parole del figlio, e cercando un
suggerimento tra i suoi pensieri per provare a fronteggiare con le giuste parole la pena scaturita da
quell’amara confessione.
Scosse la testa l’uomo, ma non era un’arresa la sua, ma un bisogno di scacciare in fretta dalla mente del figlio quell’idea tanto pessimista del suo essere diverso dalla normalità. Deglutì pesantemente, come a dover ricacciare nello stomaco un sospetto affioratogli in gola per pressargli il fiato: un figlio chiuso in casa per la vergogna di sapersi gay. No! Non poteva cedere a quell’umiliazione.
Si avvicinò al ragazzo per posargli una mano sopra la spalla; ma Angelo la respinse, allontanandosi da lui. Non voleva condividere con nessuno la sua pena. Ma l’ingegner Grezzi non sembrò preoccuparsi del rifiuto. Fu ancora più deciso nel gesto successivo, e senza nessun preavviso lo strinse forte tra le sue braccia, chiedendogli di stare fermo per un po’, come quando era bambino e correva dal papà per proteggersi dalla paura di un brutto sogno.
Poi provò a rincuorarlo con la sua voce adulta e roca, che tanto piaceva a suo figlio: «Angelo, non sei tu ad essere sbagliato. È questa maledetta società che continua a condannare, credendo imperfetto ciò che non è uguale a chi giudica, senza però averne nessun diritto per farlo. Il tuo modo di vivere ed amare non è corrotto o da punire, ma non è facile farlo capire a chi non aspetta altro per criticare qualcuno, per la sola stupida illusione che si possa sentire migliore e dimenticare, per un istante, l’infelice delusione che rappresenta per tutti.»
«Papà, sapessi quante volte ho pensato di uccidermi, e se solo sapessi di non provocare un dolore incredibile a te e mamma, lo avrei già fatto, ma mi manca il coraggio. Sono fragile anche in questo… anche ad ammazzarmi non sono capace.»
Il padre rabbrividì nell’ascoltare quelle parole di ghiaccio.
Un gelo improvviso percorse tutta la schiena dell’ingegnere, che si staccò dall’abbraccio con il figlio e gli puntò addosso due occhi severi, difficilissimi da reggere e fronteggiare.
Angelo abbassò lo sguardo. Era impossibile reggere il confronto con quegli occhi di fuoco di suo padre, puntati addosso come fucili da esecuzione.
«Ma cosa stai dicendo?» sbottò cattivo l’ingegnere. «Non dire mai più queste cose, e non pensarle neanche per scherzo. Capito? Non è uccidendosi o scappando che si risolvono i problemi, sai? Non è arrendendoti che vinci la tua battaglia. Non è lasciando chi ti ama nella disperazione più completa, per la colpa di non averti saputo ascoltare ed aiutare, che ti salvi tu. No!!! NO!!!» urlò quel rifiuto sulla faccia terrorizzata di Angelo. «No», ripeté ancora una volta l’ingegnere, prima di sedersi su un lato del letto, sconfortato per quel pensiero cattivo del figlio, che se solo avesse avuto più coraggio sarebbe già stato compiuto.
Si sarebbe ammazzato Angelo, pur di non incrociare ancora l’arroganza e la cattiveria degli altri: suicidato per la paura di non saper più sopportare quelle offese morali? Dinanzi a quell’orrore, il padre di Angelo riesumò dai ricordi la notizia ascoltata al telegiornale pochi mesi prima, dove un ragazzo, poco più che ventenne, si era lanciato dal terrazzo nel vuoto, per sfuggire alle offese dei suoi coetanei, lasciando solo un biglietto per i suoi genitori, con il quale chiedeva scusa di quel suo gesto, per l’errore di essere un omosessuale, incompreso da tutti.
Scattò in piedi l’uomo, come chiamato all’appello da un comando immediato, e si precipitò accanto al figlio. «Non permettere mai a qualunque tua debolezza di cedere al desiderio di morire, piuttosto che soffrire, combattere e guadagnarti il rispetto che ti meriti. Mai!»
Angelo non rispondeva. Testa in giù, occhi a guardarsi il pavimento, subiva quell’attacco senza opporre nessuna reazione.
La mortificazione silenziosa inscenata dal figlio arrabbiò la voce del padre, che giunta alla sommità dello sdegno, gli cambiò tono ed atteggiamento.
L’ingegner era terrorizzato dalla paura che il figlio, in un momento di scoramento, sentendosi solo contro tutti, si lasciasse vincere dal desiderio di farla finita per sempre.
«Ora decido io per tutti. Stamattina vai a scuola, altrimenti ti ci porto con la forza. Capito?!»
l’ingegnere urlò quel verbo con tanta forza da terrorizzare suo figlio, rimasto atterrito a fissarlo.
«Perché non vuoi andare a scuola?» insisté l’uomo, sempre più arrabbiato.
«Ho paura papà», e non andò oltre il ragazzo. Quelle tre parole, uscite dalla bocca con grande fatica, bastarono al padre per pretendere di approfondire.
Angelo, con grande sforzo e dopo una lunga insistenza da parte di suo padre, raccontò tutte le violenze subite e gli atti di bullismo dovuti sopportare. Si liberò, come un fiume nel suo letto naturale.
Quando arrivò a rievocare la scena della professoressa Armellini, il padre si sentì punto da una tarantola. Le parole del figlio non le seguiva più. Pretendeva solo rispetto ed una punizione esemplare per tutti i colpevoli.
Pur contro la sua volontà, obbligò Angelo a seguirlo in macchina e andò a scuola per parlare con il Preside. Quando si ritrovò nello studio del professor Anselmi, Preside dell’istituto “Giuseppe Ungaretti”, l’ingegner Grezzi mantenne moderata la voce, mentre raccontava di quanto succedesse in quella scuola a sua insaputa, con docenti, come nel caso di Armellini, che rimproveravano al figlio di essere effeminato; quasi fosse una colpa la sua o ne autorizzasse la violenza negli altri.
Il Preside provò a sminuire gli eventi denunciati, riducendoli a bravate tra ragazzi: innocui giochi, andati troppo oltre, che bisognava fare in modo di non permettere più, ma che non avevano bisogno di nessun allarmismo.
A quelle parole, il padre di Angelo reagì indignato. Si sentiva offeso da quella superficialità, finalizzata solo a svilire un possibile scandalo per un fatto grave, perpetrato per troppo tempo, e non si frenò dal rinfacciarglielo: «Lei lo sai che adesso vado a denunciarla?»
Il Preside avvertì un disagio crescergli dentro. Si allargò il colletto della camicia con un dito e si slacciò un bottone per liberare il respiro da un cappio invisibile che stringeva sempre più.
Era preda della collera del padre di Angelo e voleva tranquillizzarlo, ma non replicò; non gli fu permesso. Un fiume in piena, l’ingegner Grezzi, gli stava straripando addosso tutta la furia accumulata fino quel momento.
«Offese verbali, atti violenti sulla persona, discriminazione verso gli omosessuali e le affermazioni calunniose di una sua docente li chiama bravate tra ragazzi?»
«Perché non si calma?» aggiunse con voce preoccupata il Preside, sperando che si esaurisse in fretta la furia di quella esondazione di sdegno.
«Calmarmi? Eh no. Io non mi devo calmare adesso. Lo farò solo quando lei mette in pratica gli obblighi che impone il suo lavoro, che sono quelli di approfondire, giudicare e sancire punizioni, altrimenti lo faccio io per lei.»
La discussione tra i due andò avanti per un po’, fino quando non furono convocati Sansotti, i suoi tre adepti, e l’insegnante di Scienze.
Solo molto tempo dopo i compagni di classe di Angelo confermarono le accuse mosse contro di loro e l’insegnante, con le lacrime agli occhi, chiese scusa del suo comportamento. Quell’ammissione di colpe costò ai ragazzi una sospensione di quindici giorni dalle attività scolastiche, mentre ad Armellini fu destinato un biasimo scritto dal Provveditorato agli Studi.
Angelo, nonostante la paura, fu obbligato dal padre a proseguire l’anno scolastico. Non poteva tirarsi indietro dopo quanto aveva scatenato quella mattina, ed era certo che nessuno avrebbe più mosso un dito contro suo figlio.
Al lunedì seguente, Angelo trovò ad accoglierlo una classe silenziosa, timorosa di parlare con lui e quell’atmosfera di disagio lo isolò ancora di più da tutti gli altri. Quando uscì dalla scuola si guardò ripetutamente intorno; qualcosa lo inquietava. Sapeva che Sansotti gliel’avrebbe fatta pagare, e questo terrore bastò a velocizzargli i battiti del cuore.
Prese l’autobus. Sembrava tutto tranquillo intorno. Era solo una paura adolescenziale la sua. Nessuno gli avrebbe più fatto del male, si disse per convincersi a vincere quello sgomento interiore.
Ma al venerdì successivo quella paura divenne terrore.
Sceso dall’autobus si avviò verso casa, costeggiando una strada di campagna dove le foglie delle spighe di grano nascondevano i contorni in lontananza. Ad un tratto, Angelo sentì un rumore dietro la fitta vegetazione di foglie: inorridì.
La paura gli accelerò i passi. Vedeva in lontananza il condominio dove abitava. Bastava ancora poco per essere al sicuro. Era vicino casa… molto… non abbastanza, però.
Si sentì afferrare per un braccio e spingere nel campo di grano. Fu assalito dal panico che gli bloccò la voce. Non riusciva a chiedere aiuto.
Mentre qualcuno lo riempiva di calci nello stomaco, ed un altro si accaniva a sbattergli sulle spalle il casco da moto, un terzo, quel maledetto Sansotti, gli urlava che era solo una femminuccia, che aveva fatto la spia al papà, e adesso doveva pagare, sferrandogli un calcio nei fianchi che gli bloccò il respiro e gli fece perdere i sensi.
Un dolore atroce chiuse gli occhi ad Angelo, abbandonandolo al peggio.
Chi lo rinvenne, esanime e un respiro lieve a tenerlo ancora in vita, provò una gran pena. Lo avevano massacrato di botte; in ospedale ci rimase quindici giorni. Aveva due costole incrinate e la milza spappolata.
Era vivo per miracolo.
I suoi assalitori furono arrestati quello stesso pomeriggio con la gravissima accusa di razzismo omofobo e tentato omicidio, mente il Preside dell’Istituto Ungaretti fu destituito dall’incarico e la dottoressa Armellini, sospesa dall’insegnamento per l’intero anno scolastico.
Ad Angelo tutti continuarono a ripetergli che lo aveva salvato un vero miracolo, e per lui che non credeva in Dio sembrava strana quell’ipotesi.
Il suo corpo era stato forte nel reagire a tutti quei colpi inflitti dai quattro animali, inferociti dal desiderio di sfogare le proprie inadeguatezze esistenziali su una povera vittima, che quanto più si contorceva dal dolore tanto più gliene veniva inferto dell’altro.
Ce l’aveva fatta a resistere al massacro e salvarsi la vita, Angelo, ma dentro qualcosa gli era morto per sempre. Anche se salvo, alla fine, a vincere sui desideri del ragazzo furono soltanto loro: gli sguardi cattivi, i commenti ingenerosi e le umiliazioni subite.
Non sarebbe più andato a scuola dopo quel giorno, abbandonando per sempre il sogno di seguire le gesta del nonno, che gli aveva entusiasmato l’infanzia con quell’immagine dolce, da custodire gelosamente nel cuore e provare ad imitare da grande, ogni volta che lo andava a trovare in farmacia e restava a fissarlo per ore dietro al bancone, mentre si muoveva con sveltezza tra i cassettoni dei medicinali, per servire i suoi clienti e salutarli sempre con una parola di conforto e buona speranza per augurare che guarisse in fretta il malato di turno.
La scuola abbandonata per sempre fu la più grande delusione che subì Angelo, al punto da preferire una fabbrica di scarpe per ridimensionarsi ogni aspettativa con un lavoro monotono da turnista.
Mai più, quel ragazzo defraudato di un sogno importante, avrebbe ostentato, anche minimamente, la sua omosessualità, troppo diversa per non notarla in una società che vuole solo perfezione, rischiando di fargli rivivere il terrore di un incubo: quella stramaledetta imboscata, che dopo solo due giorni di notizie da telegiornale e il vociare nel paese, sarebbe stata completamente dimenticata da tutti. Cancellata dalla memoria popolare, tranne quella di Angelo, che si portò dentro quella sconfitta come un peso incredibile sul cuore, per un ragazzo che voleva solo essere lasciato in pace e completare gli studi, così da realizzare il suo più grande desiderio di diventare un farmacista come suo nonno, anziché raccogliere un fallimento inglorioso, al punto da convincersi che nella vita, se ti privano la libertà di essere te stesso, anche i sogni più intensi ed agognati si abbandonano, perché fanno paura ad essere raggiunti o anche solo inseguiti.


2° Posto al Premio Internazionale Montefiore 2013 e 4° posto al Premio Amerino 2013


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